Egitto. Per la pena di morte nessuna rivoluzione all’orizzonte

A due anni dalla rivoluzione i Tribunali egiziani continuano a condannare a morte: il dibattito nella società civile è vivo, ma non sembra esserci una posizione condivisa che ne condanni l’applicazione.

 

Esattamente un anno fa, al-Ahly e al-Masry – due club calcistici egiziani – hanno giocato una delle partite più sanguinose della loro storia.

A Port Said, l’incontro fra le due squadre si è concluso con un risultato inaspettato, la sconfitta dell’al-Ahly, prima in classifica e “orgoglio di tutta la nazione”.

Dopo la partita, lo stadio si è trasformato in un campo di battaglia in cui i supporter dell’al-Masry hanno attaccato violentemente non solo i loro avversari ma anche le forze dell’ordine: 74 persone hanno perso la vita.

Sabato scorso una Corte civile ha condannato a morte 21 dei 70 indagati con l’accusa di aver attaccato, ucciso e creato il caos nello stadio.

La sentenza ha scatenato le proteste dei familiari dei detenuti che, per ritorsione, hanno attaccato la prigione della città. Le forze dell’ordine hanno risposto con lacrimogeni e proiettili di gomma.

Il resto degli imputati verrà processato il 9 marzo e fra di loro vi sono 9 ufficiali di polizia. “E’ una sentenza molto dura, ma i responsabili di questa tragedia non si meritano che questo. A nessuno piace vedere morire la gente, ma chi commette un omicidio deve essere condannato a morte”, ha dichiarato un ultras di al-Ahly.

 

LA PENA DI MORTE NELL’EGITTO POST-RIVOLUZIONARIO

Negli ultimi due anni il dibattito sull’uso della pena di morte si è riacceso in più occasioni e ha trovato spazio sia sulla stampa nazionale che internazionale.

Lo scorso novembre, il Tribunale penale del Cairo ha condannato a morte 6 copti – originari dell’Egitto ma residenti all’estero – e il pastore americano Terry Jones, accusati di aver preso parte alla realizzazione e distribuzione del controverso film “L’Innocenza dei Musulmani”. I sette imputati sono stati processati in contumacia.

Pochi mesi prima, nell’agosto 2012, un Tribunale di Ismailiyya aveva deciso che quattordici attivisti islamici – accusati di aver ucciso 7 persone in Sinai nel 2011 (di cui 6 pubblici ufficiali e un civile) – dovessero essere impiccati. Gli imputati erano sospettati di appartenere a un gruppo estremista e di aver preso di mira sia militari che forze dell’ordine.

Il dibattito sulla pena di morte ha interessato anche il processo all’ex presidente Mubarak. La Procura aveva infatti richiesto la condanna a morte sia per l’ex dittatore che per altri 6 dei suoi fedelissimi, tra cui il suo ex ministro degli interni, Habib el Adly.

L’accusa in questo caso era di “omicidio premeditato” nei confronti di più di 800 manifestanti morti durante i 18 giorni di proteste. Alla fine tuttavia la Corte ha abbandonato l’idea della pena capitale optando per l’ergastolo.

Secondo Amnesty International, i partiti politici dell’Egitto post-Mubarak non hanno dimostrato alcun interesse ad impegnarsi sulla questione dell’abolizione della pena di morte.

Soprattutto i partiti islamisti – che dominano l’attuale scenario politico – si sono mostrati irremovibili rispetto alla possibilità di cambiare la legislazione.

 

L’ORDINAMENTO GIURIDICO EGIZIANO

Attraverso una serie di trattati e risoluzioni, l’Onu ha cercato di promuovere l’abolizione della pena di morte su scala globale.

Nei casi in cui è stato impossibile, ha invitato gli Stati membri a limitare l’uso di questa misura e a fornire al condannato una serie di “garanzie”, come ad esempio la possibilità di fare appello a una Corte di grado superiore. Uno degli obiettivi delle Nazioni Unite era la riduzione dei crimini per cui la pena di morte è prevista all’interno degli ordinamenti giuridici.

Nel 2007, con la risoluzione 62/149, è stata avviata una moratoria sull’uso della pena capitale. 104 paesi hanno votato a favore, 54 contro e 29 si sono astenuti. 

L’Egitto è fra quelli che non hanno aderito e le autorità si sono giustificate definendo la risoluzione “incompatibile con la religione e gli standard legali dell’ordinamento giuridico interno”.

Inoltre hanno aggiunto che “la pena di morte viene usata solo in armonia con le procedure legali e le misure del diritto islamico, di modo che questa pena sia compatibile sia con gli obblighi giuridici che religiosi”.

Secondo un report della Ong Arab Center for the Indipendence of the Judiciary and Legal Profession (ACIJLP), l’ordinamento giuridico egiziano prevede la pena di morte per ben 105 crimini.

In molti casi, la fattispecie del reato è descritta nella legislazione in modo vago e, perciò, la sua interpretazione si presta all’arbitrarietà del giudizio della Corte. Ad esempio, l’articolo 77 del Codice penale prevede che “chiunque compia un atto premeditato contro l’indipendenza, l’unità e l’integrità del paese” può essere punito con la morte.

In Egitto la pena di morte è comunemente utilizzata nei casi di omicidio premeditato, stupro, reati legati al terrorismo e al traffico e consumo di droga. Si esegue con l’impiccagione del condannato.

Sia i Tribunali civili che le Corti militari possono emanare questo tipo di sentenza, ma la procedura giuridica è leggermente differente.

Nel primo caso, il condannato a morte può fare appello alla Corte di cassazione (una corte di grado superiore). Tuttavia l’appello può essere presentato solo con riferimento a questioni procedurali e non sostanziali. Inoltre, anche nel caso l’imputato non faccia appello, il procuratore ha l’obbligo di inviare un memorandum alla Cassazione, che può decidere se modificare la sentenza, adottando una pena meno grave.

Nel caso delle Corti militari invece, l’imputato non ha il diritto di fare appello a nessun altro organo giudiziario: può solo adire un ufficio militare superiore.

In entrambi i “circuiti giuridici” – sia militare che civile – il presidente della Repubblica ha il potere di concedere la grazia ai condannati a morte o di commutarne la pena. Ogni sentenza deve essergli sottoposta dal ministro della Giustizia.

Nel caso delle Corti civili la sentenza di morte deve essere emessa dalla Corte con decisione unanime dei giudici che la compongono. Nel caso delle Corti militari invece vale la regola della maggioranza.

I Tribunali civili inoltre, una volta concordata la pena, devono richiedere l’opinione del Gran Mufti. Tuttavia quest’opinione non è vincolante e, se non viene ricevuta entro 10 giorni, il procedimento giuridico a carico degli imputati procede normalmente.

 

LA PENA DI MORTE SOTTO MUBARAK

Mentre nel resto del mondo questa misura veniva abolita da molti governi, secondo Amnesty International dal 1990 al 2000 il ricorso alla pena di morte in Egitto è aumentato.

Nell’arco di dieci anni, i Tribunali hanno emesso 530 condanne e sono state portate a termine 213 esecuzioni.

Sotto Mubarak la legislazione anti-terrorismo (con annessa pena di morte) era concepita come l’arma con cui combattere la violenza politica dei gruppi d’opposizione al regime, soprattutto di matrice islamica.

Il 2009 è stato un anno di “massacri”. Ben 136 persone sono state condannate a morte: 68 solo nel mese di giugno, con una media di esecuzioni annuali di circa 80 detenuti.

Dal 2009 al 2011, il numero di condanne è leggermente diminuito (si è scesi a 115). Inoltre bisogna considerare che il numero delle condanne supera di molto quello delle esecuzioni: fatta eccezione per le Corti militari, la sentenza viene resa effettiva solo se ad accettarla è la Corte di Cassazione, che spesso la commuta in una pena meno grave.

Il dibattito pubblico sull’efficacia della pena di morte è molto vivo. La società egiziana sembra però spaccata su questo punto, e anche fra gli esponenti delle fasce più acculturate delle società non sembra esserci una visione condivisa.

In generale, le autorità religiose tendono a sostenere l’utilizzo di questa misura in quanto prevista dal Corano. I pensatori religiosi più ortodossi vorrebbero addirittura che fosse estesa a un numero maggiore di crimini come l’adulterio e l’apostasia.

Di opposto segno l’umore di gran parte della società civile che sembra essere a favore di una limitazione del suo uso, soprattutto attraverso una diminuzione dei reati per cui è prevista, a dimostrazione che in Egitto non è ancora presente un vasto consenso che permetta al sistema giuridico del paese di abbandonare il ricorso a questa pratica

 

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Egitto. Libertà di stampa significa democrazia

Le violazioni della libertà di stampa erano una pratica quotidiana sotto il regime di Mubarak e sono proseguite durante l’interregno militare dello SCAF. Morsi ha promesso di voltare pagina, ma i casi dei tanti giornalisti e blogger arrestati o finiti sotto indagine per averlo criticato, sembrano dimostrare il contrario.

 

“Siamo molto preoccupati dall’attuale situazione in Egitto […]. Le autorità devono accettare le critiche della stampa […] altrimenti la situazione continuerà a peggiorare. Sollecitiamo il governo a smettere di molestare i giornalisti e condanniamo fermamente l’uso delle corti militari contro di loro”, ha dichiarato un portavoce della ong Reporter senza frontiere.

 

I CASI

Subito dopo la sua elezione lo scorso giugno, l’attuale presidente ha dichiarato che avrebbe protetto la libertà di stampa, sottolineando però che dai giornalisti si aspettava accuratezza e imparzialità.

A sei mesi dall’inizio del suo mandato, il mondo dell’informazione in Egitto sembra stretto fra la morsa della repressione governativa e un crescente clima di violenza.

Il caso di Muhammad Sabry – giornalista freelance operativo in Sinai – è solo l’ultimo in ordine di tempo ad aver attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, sia nazionale che internazionale. Arrestato il 4 gennaio scorso mentre stava girando un documentario per Reuters nei pressi di Rafah,  una volta in carcere non ha potuto né parlare con un avvocato né contattare i familiari.

Un tribunale militare di Ismailia l’ha processato con l’accusa di lavorare contro la sicurezza nazionale e, infine, ne ha deciso il rilascio su cauzione. Il suo caso ha mobilitato ampi strati della società civile e soprattutto il movimento “Contro i Processi Militari”, di cui lo stesso giornalista fa parte.

Da quando Morsi è salito al potere, la Procura egiziana ha avviato una lunga serie di indagini a carico di giornalisti, blogger e presentatori televisivi, accusati di intaccare l’immagine del presidente o di offendere i valori religiosi.

Ad esempio Bassem Youssef, comico e conduttore del programma televisivo el-Barnameg (“Il Programma”), e Abdel Halim Qandil, direttore di Sawt al-Umma (“La voce della Nazione”), sono finiti sotto inchiesta per aver attaccato Morsi. Invece Doaa al-Adl, fumettista presso un quotidiano, è stata indagata per una vignetta giudicata offensiva nei confronti dell’Islam.

Anche alcuni giornali indipendenti come al-Dustour e al-Masry al-Yom sono finiti sotto tiro.

Il primo per un editoriale dai toni particolarmente accesi in cui la Fratellanza era accusata di voler trasformare l’Egitto in un emirato islamico. Il secondo, invece, secondo le dichiarazioni dell’ufficio del Presidente, avrebbe diffuso notizie false, mettendo in pericolo la pace e la sicurezza pubblica.

Lo scorso ottobre una corte di Luxor ha condannato Tawfiq Okacha – proprietario del canale televisivo el-Faraeen (“I Faraoni”) – a 4 mesi di reclusione e al pagamento di una multa. Tawfiq – famoso per la sua opposizione alla Fratellanza – è stato accusato di incitamento alla violenza.

Ma a minacciare la libertà di stampa non c’è soltanto la repressione governativa. I giornalisti egiziani devono fronteggiare un clima di molestie, violenza fisica e intolleranza.

Il 21 novembre scorso la sede di al-Jazeera ha subito un attacco, mentre il 17 dicembre è stata la volta del quotidiano Wafd. In quest’ultimo caso, l’aggressione è stata portata a termine da un gruppo salafita che ha lanciato pietre e cocktail molotov contro l’edificio. Alcuni giornalisti sono rimasti feriti.

Infine, il reporter Al-Hosseini Abu Deif – fotografo per il giornale indipendente el-Fagr – ha perso la vita durante gli scontri dello scorso 6 dicembre. Recatosi sul posto con l’obiettivo di filmare la manifestazione, un proiettile l’ha colpito alla testa, dopo che i sostenitori di Morsi l’avevano attaccato.

A finire nel mirino del governo non sono soltanto i “media classici” ma anche tanti blogger come, ad esempio, il copto Albert Saber Ayyad.

Rilasciato su cauzione lo scorso 17 dicembre, è in attesa di un nuovo verdetto da parte della Corte d’appello. I suoi guai sono cominciati quando un vicino di casa l’ha accusato di “capeggiare” un gruppo a favore dell’ateismo su Facebook. Albert è stato condannato in primo grado a tre anni di carcere per blasfemia con l’accusa di aver  postato alcuni video anti-Islam.

 

LA LIBERTÀ DI STAMPA SOTTO MORSI 

Lo scorso agosto, Morsi ha cancellato l’obbligo di detenzione per i giornalisti sotto inchiesta: in base a questo provvedimento, quando la Procura apre un’indagine l’individuo rimane in libertà fino al processo.

Resta, però, la possibilità di finire in carcere per reati commessi “a mezzo stampa”, come ad esempio la diffamazione. 

Secondo l’ong Reporter senza frontiere, una riforma del codice penale egiziano è necessaria perché, in un paese democratico, per questo tipo di crimini non si può finire in prigione.

L’attuale Presidente ha ereditato alcune strategie di “contenimento” del dissenso dal regime precedente e si è rifiutato di smantellare le principali strutture attraverso cui Mubarak controllava l’informazione. 

Ad esempio, ha mantenuto il ministero dei Media – simbolo della dittatura – mettendoci a capo un membro della Fratellanza, Salah Abdel Maqsud, e giustificando la sua decisione con l’impossibilità di licenziare i migliaia di dipendenti impiegati in questa struttura.

Molti giornalisti, inoltre, hanno denunciato la scelta di porre a capo dei maggiori quotidiani statali direttori inclini al presidente e ai suoi fedelissimi. E’ il caso del redattore di al-Akhbar, Mohammed Hassan el-Banna, accusato – una volta acquisita questa posizione di prestigio – di aver censurato molti editoriali di colleghi giornalisti, critici riguardo all’operato di Morsi.

“Ciò che sta accadendo è molto preoccupante. Abbiamo a che fare con un’organizzazione che non intende avviare un processo di democratizzazione o liberalizzazione della stampa. Tutto ciò che gli interessa è prenderne il controllo”, ha dichiarato Hani Shukrallah, direttore della versione inglese dell’Ahram on-line, riferendosi ai Fratelli Musulmani.

A scatenare le proteste dei media egiziani è stata anche la nuova Costituzione.

Il 23 dicembre scorso, molti operatori del mondo dell’informazione si sono riuniti davanti alla sede del Sindacato dei giornalisti per protestare in silenzio. “No a una Costituzione contro la libertà dei media e il giornalismo” è quanto si leggeva su un gran numero di striscioni.

Il problema principale del nuovo testo è l’assenza di una clausola che vieti la detenzione di chi commette crimini a mezzo stampa. La proposta di inserire una clausola di questo tipo è stata avanzata durante i lavori dell’Assemblea Costituente, ma la maggior parte dei membri l’ha rifiutata. 

Nel testo attuale – ratificato con il referendum dello scorso dicembre –  è inserito un riferimento alla libertà di stampa e di informazione. Inoltre, si dispone che un giornale possa essere chiuso solo per ordine di un tribunale.

D’altro canto però, è prevista la possibilità di censura e sanzione nel caso in cui l’operato di un giornalista leda il principio della ‘sicurezza nazionale’.

Dato che quest’ultimo è passibile di interpretazioni più o meno restrittive, la libertà dei media sembra tutt’altro che solidamente garantita.

La vera battaglia, quindi, si giocherà all’interno della Camera bassa del futuro Parlamento, quando verrà il momento di emendare la legge ordinaria che disciplina il settore dell’informazione.

Sotto Morsi, le principali linee rosse che un giornalista non sembra poter oltrepassare sono tre: la figura del Presidente, l’organizzazione dei Fratelli Musulmani e l’Islam. 

Durante la sua presidenza sono state avviate molte indagini a carico di individui accusati di averlo criticato. Gran parte delle inchieste hanno preso il via da “denunce” presentate dall’ufficio di presidenza e da attivisti islamici.

 

FARE I CONTI CON IL PASSATO: TRA CONTINUITÀ E CAMBIAMENTO

Sotto Mubarak, i media statali erano un prolungamento del governo e avevano il compito di veicolare la propaganda ufficiale del regime. Durante la rivoluzione del 25 gennaio, l’allora Presidente se ne è servito per minimizzare l’entità delle manifestazioni di piazza e instillare il dubbio che fossero manovrate da qualche attore esterno.

Il controllo dei media e, soprattutto, del mezzo televisivo è di estrema importanza, soprattutto in un paese come l’Egitto dove, secondo un sondaggio condotto nel 2011, per l’84% dei cittadini la televisione è stata la prima fonte di notizie durante le proteste.

Secondo una classifica della Freedom House, oggi in Egitto l’informazione è “parzialmente libera”.

Nel paese sono attualmente attive più di 500 testate giornalistiche di vario genere e, in seguito alla rivoluzione del 25 gennaio, questo settore ha registrato un grande fermento con la nascita di tanti nuovi giornali e la diffusione a macchia d’olio del citizen journalism.

Il 2011 è però stato un anno molto difficile per i giornalisti e gli operatori del mondo dell’informazione in generale, dato il compito di riportare gli eventi che hanno portato alla caduta del regime. Pur se abituati a censura e molestie – che erano pratiche comuni sotto Mubarak – i 18 giorni di proteste di piazza li hanno costretti a confrontarsi con nuove sfide.

Si sono verificate morti, aggressioni fisiche, distruzioni di attrezzatura e addirittura casi di molestie sessuali, anche a carico di professionisti stranieri. Chi si è improvvisato giornalista fra gli attivisti è stato bersaglio della violenza delle forze di sicurezza.

Durante l’interregno militare che è seguito alla caduta di Mubarak, lo SCAF ha continuato a negare ai giornalisti e blogger arrestati il diritto a un “processo equo”, rifiutandosi di giudicarli davanti alle Corti civili. Chiunque abbia criticato l’esercito – come del resto anche sotto Mubarak – è stato arrestato e portato in tribunale.

“L’indipendenza dei media è l’unica garanzia su cui possiamo costruire una società davvero democratica”, ha dichiarato Hossam Bahgat, direttore dell’Iniziativa Egiziana per i diritti dell’individuo.

“I media devono essere parte integrante della nostra battaglia per la democratizzazione della società, una battaglia da condurre parallelamente a quella per la democratizzazione del governo”.

 

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Turchia. I “Mitili rotti” di Istanbul

“Mitili Rotti” è il primo lungometraggio del regista turco Seyfettin Tokmak. Il film è stato proiettato a Roma, nella V edizione del Festival dedicato al cinema curdo.  di Valentina Marconi    In “Mitili Rotti”, Tokmak racconta la vita nelle periferie di Istanbul attraverso la storia di due cugini – Hakim e Feisal -, curdi originari di Mardin, una città al confine con la Siria.

 

In “Mitili Rotti”, Tokmak racconta la vita nelle periferie di Istanbul attraverso la storia di due cugini – Hakim e Feisal -, curdi originari di Mardin, una città al confine con la Siria.

I due bambini approdano nella metropoli in cerca di fortuna, e puntano a guadagnare il denaro sufficiente per emigrare in Germania.

Trascorrono le loro giornate cercando di sbarcare il lunario, con lavoretti illegali.

Hakim, ribelle e aggressivo, vuole avviare un piccolo business e vendere i mitili (cozze) per strada. Feisal, più pacato e con i piedi per terra, inizia come lavapiatti ma si lascia trascinare dall’amico in mille avventure.

L’unità narrativa attorno alla quale si snoda la storia è un ostello decrepito in cui (con)vive un gruppo multiculturale di inquilini.

Qui, Hakim e Feisal fanno amicizia con dei giovani migranti congolesi diretti in Grecia e due rifugiate bosniache, Medina e sua figlia Elma. La madre scompare in cerca di denaro e la piccola resta sola. E saranno proprio Hakim e Feisal a doversene prendere cura.

IL MESSAGGIO

La storia dei due giovanissimi protagonisti rispecchia le difficoltà di vita di due bambini costretti a vivere la strada e una quotidianità fatta di violenza, povertà e incertezza, in un mondo ostile e pericoloso.

Ciononostante, il loro agire è sempre carico di speranza e tutte le avventure, per quanto rischiose, conservano, in fondo, il sapore del gioco.

Il tema dell’emigrazione è il filo rosso che lega le storie di tutti personaggi: se Hakim e Feisal sognano di andare in Germania, il gruppo di congolesi è in partenza per la Grecia mentre Medina ed Elma sono giunte ad Istanbul dalla Bosnia in cerca di cure mediche.

Ma soprattutto si parla di Turchia.

“Questo è un film che vuole mostrare come l’Europa rappresenti ancora il paradiso nell’immaginario dei bambini curdi”, spiega il regista, sottolineando che il titolo del film – “Mitili rotti” – fa riferimento ad un’attività tipica della gente di Mardin emigrata a Istanbul, legata a un’antica tradizione armena che i curdi hanno appreso e fatto propria.

Tokmak racconta di averlo scoperto in una freddissima giornata invernale, quando insieme a Kenan Kavut, autore della sceneggiatura, ha notato dei ragazzi che facevano il bagno nelle acque del Bosforo per pescare i mitili e poi rivenderli.

 

IL FILM

“Militi Rotti” è stato interamente girato ad Istanbul. L’obiettivo del regista era mostrare “la parte oscura di quella città, dei suoi sobborghi spesso lontani dagli occhi dei turisti”.

Il film s’ispira al neorealismo italiano: Hakim e Feisal non sono attori professionisti, così come la maggioranza dei personaggi.

Entrambi vengono da città situate nel sud-est del paese, dove vivevano “per strada”: “Non sapevano niente di cinema prima di partecipare a questo lungometraggio”, conferma Tokmak.

Nonostante la storia si svolga nelle periferie della metropoli, la pellicola è ricca di elementi di respiro internazionale. Le diverse nazionalità dei protagonisti, il multilinguismo – con dialoghi in curdo, turco, bosniaco e congolese – e infine la musica, che è opera di un gruppo svedese.

Il film è uscito in diverse città della Turchia nel 2012, suscitando scalpore visto che il regista (di origini turche) ha deciso di dedicare il proprio debutto alla storia di due bambini curdi.

 

LA REALTÀ

Poco dopo l’uscita della pellicola nelle sale cinematografiche, il ragazzino curdo che interpreta Hakim è finito in prigione per aver tirato delle pietre contro la polizia durante una manifestazione.

E’ rimasto in carcere per ben quattro mesi.

Il regista afferma di essersi personalmente impegnato per il suo rilascio: “Penso che il giudice l’abbia liberato in virtù della sua carriera di attore”, ha dichiarato Tokmak. Due mesi fa ha vinto il premio come miglior attore in Turchia.

 

IL FESTIVAL DI ROMA

Il Festival di cinema curdo di Roma, inaugurato il 16 gennaio scorso, è giunto alla sua quinta edizione.  Organizzato dall’associazione Europa Levante, l’evento prende il nome di Heviya Azadiyé, “Speranza di libertà”.

Nella cinque giorni di kermesse si sono alternate sullo schermo venti pellicole, tra documentari, film e e cortometraggi.

L’anteprima dell’evento si è tenuta il 14 gennaio al Teatro Valle occupato di Roma, con la proiezione di un film storico, “Zare”. Quest’anno il festival era dedicato a Mirella Galletti, illustre esperta di curdologia scomparsa nel 2012.

 

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Focus Egitto/ Amnesty chiede giustizia per i giovani di Piazza Tahrir

A due anni dalla rivoluzione del 25 gennaio un nuovo rapporto di Amnesty International denuncia l’impunità delle forze dell’ordine per le violazioni compiute nel 2011. Violazioni che continuano anche dopo la caduta di Mubarak.

 

“Nessun alto funzionario o agente delle forze di sicurezza è stato condannato o punito adeguatamente per aver ucciso o ferito i manifestanti”, si legge nel rapporto, che mostra le immagini dei tanti giovani caduti nel corso degli scontri e che ancora non hanno giustizia.

 

MORSI, E L’ASSENZA DI CAMBIAMENTO

Durante la sua campagna elettorale, Morsi avea promesso che avrebbe punito i colpevoli. Più volte, nei suoi discorsi, ha ribadito la volontà di onorare la memoria dei martiri della Primavera egiziana.

All’inizio del mandato, l’attuale presidente ha istituito una commissione investigativa con l’obiettivo di indagare la violenza perpetrata dalle forze dell’ordine durante i 18 giorni di scontri che hanno portato alla caduta del regime di Mubarak.

Il rapporto della commissione gli è stato consegnato lo scorso 8 gennaio, ma il contenuto non è ancora stato reso pubblico né condiviso nella sua interezza con i familiari delle vittime.

Per Amnesty, cosi facendo, il leader della Fratellanza sta violando il diritto internazionale, celando ai cittadini egiziani la verità su quanto è accaduto ai loro cari.

Inoltre, il 13 gennaio scorso un verdetto della Corte di cassazione ha annullato la sentenza di condanna dell’ex presidente Hosni Mubarak e del suo ministro degli interni, Habib El Adly.

I due erano accusati di complicità negli omicidi eseguiti dalle forze dell’ordine durante le proteste del 2011.

Per questo a giugno del 2012 erano stati condannati all’ergastolo. La recente decisione della Corte di cassazione ha però riaperto il procedimento a loro carico.

Da quando Morsi è salito al potere, si sono registrate altre dodici morti durante manifestazioni di piazza. Gli scontri sono cominciati alla fine di novembre, dopo che il presidente ha emanato un decreto per assicurarsi ampi poteri.

Ma è stato soprattutto l’annuncio dell’approvazione della una nuova bozza di Costituzione e del relativo referendum a far riesplodere la violenza in tutta la sua forza.

Fra il 5 e 6 dicembre, dieci persone hanno perso la vita durante gli scontri tra gli oppositori e i sostenitori di Morsi. Secondo la ricostruzione di Amnesty, i fedelissimi del presidente hanno attaccato i manifestanti che si erano riuniti per un sit-in pacifico davanti al palazzo presidenziale.

Le forze dell’ordine, presenti nella zona a intermittenza, non sarebbero però prontamente intervenute per arginare la violenza e contrapporsi ai due gruppi.

Gli osservatori dell’Ong denunciano l’uso di molotov e fucili da parte di entrambi i blocchi, sottolineando inoltre che la maggior parte dei sostenitori del presidente Morsi sarebbero stati condotti al Cairo con dei pulmann.

 

AMNESTY E LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

Nel corso degli scontri del 2011, Amnesty ha istituito una commissione d’inchiesta con l’obiettivo di esaminare le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di sicurezza contro i manifestanti.

Il bilancio dei 18 giorni (25 gennaio – 13 febbraio) è ormai noto e conta 840 vittime e 6.600 feriti. 

Le forze dell’ordine avrebbero utilizzato gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, fucili da caccia e proiettili di gomma contro i manifestanti.

L’uso di queste armi sarebbe spesso avvenuto in situazioni in cui le proteste si stavano svolgendo in maniera pacifica, senza che vi fosse un serio pericolo per nessuno.

I familiari delle vittime puntano il dito contro il sistema giudiziario egiziano e, soprattutto, la Procura che, in base alle loro dichiarazioni, non avrebbero assolto ai loro doveri.

I colpevoli delle brutali violazioni dei diritti umani – verificatesi in piazza Tahrir come nel resto del paese – non sono sarebbero stati adeguatamente puniti.

Il sistema giuridico egiziano prevede che i procuratori godano di un forte potere discrezionale, soprattutto quando si tratta di casi relativi a pubblici ufficiali: oltre a svolgere le indagini, possono decidere se portare un determinato caso davanti ad una Corte.

La vittima di un reato o i suoi familiari non possono fare appello contro la decisione del procuratore.

Inoltre, sia la polizia che alcuni membri del ministero dell’Interno hanno la facoltà di partecipare alle indagini, con la conseguenza che nel caso di crimini in cui siano coinvolti pubblici ufficiali si potrebbe verificare una sorta di “conflitto d’interessi”.

“La polizia non fornirà le prove che sono necessarie ad incolparla. Com’è possibile che l’istituzione accusata di aver ucciso i manifestanti sia la stessa a portare avanti le indagini sulle uccisioni?”, dichiara la madre di Muhamed Rashid, morto il 28 gennaio 2011, mentre prendeva parte alle manifestazioni anti-Mubarak.

Appena dieci giorni fa, la storia si ripete. Una corte di Beni Suef decide di rilasciare 14 pubblici ufficiali accusati di aver ucciso e ferito i manifestanti di Piazza Tahrir.

Durante ‘l’interregno militare’ che ha preceduto l’elezione di Morsi, i cittadini hanno continuato a scendere in piazza. In 120 hanno perso la vita nel giro di un anno.

Tuttavia – denuncia Amnesty – sarebbero solo tre gli ufficiali di basso rango condannati per uso improprio o eccessivo della forza ai danni dei manifestanti. Il resto dei militari continua a svolgere le proprie mansioni di “addetto alla sicurezza dello Stato”.

 

LE RICHIESTE DI AMNESTY

In base al diritto internazionale, gli stati hanno l’obbligo di indagare e punire le violazioni dei diritti umani che si verificano sul loro territorio.

Per fare questo, devono innanzitutto predisporre indagini efficaci volte ad accertare se un certo crimine sia stato commesso o meno. In seguito, in presenza di prove, è possibile procedere ad un processo e, eventualmente, sanzionare i responsabili di una determinata violazione.

Secondo Amnesty, fare giustizia e rivelare la verità sui crimini delle forze dell’ordine è indispensabile.

L’Ong chiede al governo egiziano di far luce sulle violazioni dei diritti umani perpetrate dai pubblici ufficiali per ridare credibilità alle istituzioni politiche del paese.

Nella parte conclusiva del documento, Amnesty avanza una lunga serie di richieste a Morsi. Partendo dalla necessità di rendere pubblico il rapporto della commissione che il presidente ha istituito all’inizio del suo mandato.

Nell’elenco compaiono anche la creazione di un nuovo organo indipendente per il proseguimento delle indagini e la garanzia della cooperazione di ministero della Difesa e degli Interni.

Amnesty ribadisce inoltre che i responsabili delle violazioni dei diritti umani devono essere portati davanti ad un tribunale e processati mentre le vittime e i familiari delle vittime devono essere protetti da ogni tipo di intimidazione.

In Egitto – prosegue l’organizzazione – servono riforme importanti, come quella dei poteri riconosciuti alla Procura e l’organizzazione delle forze dell’ordine: leggi e pratiche dei pubblici ufficiali devono essere riallineati con gli standard del diritto internazionale.

 

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Guantanamo e le promesse tradite di Obama

Appello di Amnesty International ad Obama. L’organizzazione internazionale chiede al presidente americano di mantenere le promesse fatte in campagna elettorale e di chiudere Guantanamo. Ma a pochi giorni dall’inaugurazione del nuovo mandato, questa ipotesi appare poco probabile, almeno per il 2013.

 

Il 2 gennaio scorso Obama firmava il National Defence Authorization Act, una legge federale relativa alle spese militari e di difesa, che proibisce almeno per tutto il 2013 il trasferimento dei detenuti di Guantanamo sul suolo statunitense, riconfermando la legalità della detenzione senza limiti di tempo, e in assenza di un processo o di un’accusa.

“Il fatto che firmi questa legge non significa che appoggi totalmente il suo contenuto” ha spiegato il presidente, imputando la responsabilità del suo gesto alle continue pressioni esercitate del Congresso.

La ratifica è avvenuta prima della cerimonia di inizio mandato e, secondo Anthony Romero – a capo della American Civil Liberties Union – grazie a questa legge, Guantanamo resterà aperta almeno per un altro anno.

Inoltre, secondo le dichiarazioni dell’avvocato David Navin, nel 2012 l’amministrazione americana avrebbe speso ben 730.000 dollari per costruire un campo di calcetto all’interno della struttura carceraria, migliorare la qualità della connessione internet e aumentare il numero delle abitazioni.

Spese che rendono la chiusura del carcere ancora più improbabile, quantomeno nel breve periodo.

Qualche giorno dopo, l’8 gennaio, Obama nominava John Brennan direttore della CIA. Lo stesso Brennan che era stato tra i candidati favoriti già nel 2009, quando però fu costretto a ritirarsi a causa delle polemiche scatenate dal suo presunto appoggio alla pratica degli “interrogatori rinforzati” praticati sotto l’amministrazione Bush.

E se durante il suo primo mandato, il leader democratico si è limitato ad affidargli l’incarico di consigliere nella lotta al terrorismo (una posizione che non richiede alcuna conferma politica da parte del Congresso), oggi, a quattro anni di distanza, ne ha riproposto la candidatura, a dispetto dell’opposizione dell’American Civil Liberties Union.

Organizzazione che con un appello al Senato ha sostenuto la necessità di indagare sul ruolo ricoperto dall’ex-agente rispetto a torture, abusi, prigioni segrete ed extraordanary rendition. Brennan che è anche uno dei massimi sostenitori dell’utilizzo dei droni.

 

OBAMA E GUANTANAMO: UNA PROMESSA TRADITA

Nel 2008, Obama aveva fatto della chiusura di questa struttura detentiva uno dei punti di forza della sua campagna elettorale. In realtà, anche il presidente uscente Bush e l’allora candidato repubblicano McCain avevano usato questa stessa promessa per riscuotere il consenso dei loro elettori.

E all’inizio del suo primo mandato il presidente ha effettivamente emanato un executive order che autorizzava la chiusura del carcere, con l’obiettivo di chiudere definitivamente “uno dei capitoli più tristi della storia americana”.

Obiettivo che doveva essere raggiunto – secondo i piani del leader democratico – attraverso l’istituzione di una task force incaricata di giudicare i detenuti caso per caso, in modo da decidere se rimpatriarli, sottoporli al giudizio di una corte civile statunitense o tenerli in carcere senza stabilire un limite preciso di tempo per il loro rilascio.

In base al lavoro della commissione, l’amministrazione americana ha poi rilasciato 84 dei 250 prigionieri rinchiusi a Guantanamo, stabilendo però che 48 di loro, pur non potendo essere processati, sarebbero dovuti rimanere dietro le sbarre per un periodo di tempo imprecisato – e comunque sino alla fine delle ostilità – perché “troppo pericolosi per venir rimpatriati o trasferiti”.

L’opposizione del Congresso ha però giocato un ruolo cruciale. Attraverso l’approvazione di emendamenti a leggi sulla difesa, Camera e Senato sono riusciti a contrastare il trasferimento dei detenuti sul suolo statunitense. E la prigione è rimasta aperta.

Ciononostante, nel 2010 il suo iniziale impegno a favore della chiusura del carcere gli è valso un Nobel (preventivo) per la Pace, accolto dall’inquilino della Casa Bianca con un discorso incentrato nuovamente sul ruolo-guida degli Stati Uniti nel rispetto dei diritti umani su scala globale, perché – ha sostenuto Obama – è proprio “questo che ci contraddistingue dai nostri avversari”.

 

GUANTANAMO 2013

Secondo i calcoli della giornalista Carol Rosenberg, Guantanamo è una delle prigioni più costose al mondo: ogni anno e per ogni prigioniero i contribuenti americani pagano fino 800.000 dollari. Una cifra che supera di ben 30 volte il costo di un detenuto di un qualsiasi altro carcere situato sul suolo statunitense.

Oggi Guantanamo ospita 166 persone, di cui solo 36 accusate di terrorismo.

Durante gli undici anni di attività, Guantanamo ha però ‘accolto’ almeno 779 individui, la maggior parte dei quali ha trascorso all’interno della struttura diversi anni, senza garanzie di un processo equo e, in molti casi, senza una vera e propria accusa.

Tanti i tipi di tortura praticati durante gli interrogatori: tra il waterboarding e l’impiego di cani, dal 2002 (anno di apertura) sono nove i detenuti che hanno perso la vita, sette quelli suicidi.

Attualmente sono ancora sei le persone che attendono di essere giudicate per gli attacchi dell’11 settembre 2001 da una commissione militare che deciderà delle loro vite e che, soprattutto, ha ancora il potere di condannarli a morte nonostante le loro dichiarazioni siano state rilasciate sotto tortura.

Sebbene Obama abbia sempre dichiarato di aver “ereditato” la guerra al terrorismo dall’amministrazione Bush (ricordiamo che la parola chiave della sua prima campagna elettorale è stata “cambiamento” e che il presidente aveva promesso, fra le altre cose, di riportare la lotta contro al-Qaeda nel quadro del diritto internazionale), nella realtà il presidente non ha fatto nulla per abbandonare alcune delle politiche più controverse adottate dal suo predecessore, come la detenzione senza limiti di tempo e l’utilizzo delle commissioni militari.

Inoltre, sempre sotto la sua (prima) presidenza, si è registrata un’escalation di omicidi mirati, condotti per mezzo di droni. In questi ultimi cinque anni, l’amministrazione americana ha inaugurato une vera e propria ‘caccia’ ai terroristi o presunti tali, colpendo direttamente paesi come Pakistan, Afghanistan, Sudan e Yemen.

Secondo i dati di al-Jazeera, solo in Pakistan si conterebbero oltre 1500 vittime di attacchi, fra cui molti civili. Dati che gettano più di un’ombra sulle reali intenzioni di Obama, soprattutto dal punto di vista morale.

Spesso le circostanze di questi omicidi sono ignote e la fondatezza delle accuse non dimostrata attraverso un processo.

Non è chiaro dunque come l’impegno del presidente per la chiusura di Guantanamo sia conciliabile con quanto sancito dal diritto internazionale, dal momento che l’attuale amministrazione sembra incline ad uccidere direttamente i presunti terroristi piuttosto che accollarsi l’onere di catturarli, mantenerli ed eventualmente processarli davanti ad una commissione militare.

Ma Obama e il suo circolo di consiglieri rifiutano questa interpretazione e spiegano la scelta di affidarsi agli aerei senza piloti con l’impossibilità di catturare gli affiliati ad al-Qaeda in luoghi remoti e tribali.

 

OBAMA COME BUSH?

Guantanamo è diventato un simbolo di portata globale della violazione dei diritti umani in nome della sicurezza nazionale. Un simbolo che sembra duro a morire: secondo Jennifer Daskal, consulente nella lotta al terrorismo di Human Rights Watch, per Obama “la chiusura di questo carcere rappresenta tutt’altro che una priorità, almeno nel breve periodo”.

Due invece i passi in avanti che vanno assolutamente fatti: primo, trovare un luogo sicuro dove i detenuti che sono stati giudicati innocenti possano essere trasferiti. Secondo, stimolare un serio dibattito politico sulla fine della ‘guerra al terrore’.

Serve la definizione di un obiettivo che, una volta raggiunto, permetta alla Casa Bianca di dichiarare finite le ostilità e tutte quelle violazioni dei diritti umani e delle libertà civili compiute proprio in nome della loro difesa.

In conclusione, sebbene la chiusura del carcere sembri poco probabile (almeno per quest’anno), da sola non basterebbe comunque a riabilitare gli Stati Uniti e, più specificamente, l’amministrazione Obama nel ruolo di paladina dei diritti umani. Sotto la sua presidenza la guerra al terrorismo ha cambiato pelle, ma le violazioni del diritto internazionale continuano a essere sotto gli occhi di tutti.

 

This article has been originally published by: Osservatorio Iraq – Medioriente e Nordafrica