Iraq. La storia di Zaid: da pacifista a partigiano della resistenza

In “Perché uccidi, Zaid?”, lo scrittore tedesco Jürgen Todenhöfer racconta la sua versione della storia della resistenza irachena all’occupazione americana, a partire dalla vita di un giovane studente pacifista. 

 

LA STORIA DI ZAID

Zaid ha ventidue anni e vive nella provincia di Ramadi quando gli Stati Uniti invadono il suo paese, nel 2003. Il ragazzo decide di non unirsi alle file della ‘resistenza’, preferendo continuare i suoi studi.

Tre anni dopo, gli americani uccidono il più piccolo dei suoi due fratelli, mentre gran parte degli amici d’infanzia impugnano le armi contro le forze di occupazione.

Poi quella bomba che nel 2007 rischia di distruggergli casa, e la sua famiglia che si rifugia terrorizzata nell’abitazione dello zio.

Ma il riscaldamento è rimasto acceso. E Karim, l’unico fratello di Zaid ancora vivo, corre a spegnerlo. Dopo neanche trenta metri viene freddato da un cecchino americano.

Per le strade la situazione è così pericolosa che il corpo senza vita di Karim resta sull’asfalto sino all’alba del giorno seguente: un dramma che si somma allo shock.

Sarà in seguito a questa seconda perdita che Zaid si unirà alla resistenza contro gli americani, per fermare quello che stava diventando un vero “massacro” di civili inermi.

Nel raccontare la storia di Zaid, l’autore confessa: “Non siamo mai stati grandi amici, anche perché io credo nella nonviolenza predicata da Martin Luther King e Gandhi. Ciononostante, è stato facile intuire le ragioni della sua scelta”.

 

L’AUTORE E IL SUO PENSIERO

Jürgen Todenhöfer è uno scrittore, ex-parlamentare e professore di diritto internazionale. Ma è soprattutto noto all’opinione pubblica tedesca come uno dei più autorevoli oppositori alla guerra in Afghanistan e Iraq.

Nel suo libro racconta “la vera storia della resistenza irachena che i media occidentali non hanno avuto il coraggio di narrare”.

Perché Jürgen ha visitato il paese più volte, e la sua opera è frutto di un lavoro ‘sul campo’. Durante il suo soggiorno nella provincia di Ramadi, lo scrittore si è confrontato con le difficoltà che le famiglie continuano a dover affrontare quotidianamente.

Dall’elettricità che va a singhiozzo ai bombardamenti, o ancora alla necessità di dormire all’aperto quando il caldo diventa insopportabile.

Parlando del tempo trascorso in Iraq, Jürgen fa un lungo elenco delle cose che non riuscirà mai a dimenticare: “le case distrutte, le ispezioni continue della polizia, i checkpoint, la miseria in cui vivono le persone e il dramma delle madri che hanno perso i propri figli durante il conflitto”.

Lui è uno dei pochi che ‘sul campo’ c’è stato davvero, e ha vissuto in prima persona l’insicurezza e la violenza degli anni dell’occupazione: “La gran parte delle persone che parlano di Iraq e Afghanistan non ci hanno mai vissuto” ribadisce l’autore, che sottolinea: “Non c’è un solo politico occidentale che abbia trascorso almeno una settimana a casa di una famiglia del posto. I nostri ‘rappresentanti’ volano in questi paesi, fanno conferenze stampa e tornano indietro”.

Jürgen critica fermamente i media occidentali, “colpevoli – a suo dire – di dipingere il mondo arabo-musulmano in maniera distorta”.

“Quando ne parlano – afferma – è per metterne in risalto la presunta ‘violenza’ senza prendere in considerazione i crimini commessi dall’Occidente”. “Al-Qaeda – aggiunge – è senza dubbio un’organizzazione terroristica che in venti anni si è resa responsabile della morte di 5000 civili, ma il governo americano ha ucciso centinaia di migliaia di cittadini iracheni”.

Il problema principale, dunque, “non è la violenza di matrice islamica, ma l’aggressione dei paesi occidentali contro Stati come l’Afghanistan e l’Iraq”.

Secondo Jürgen l’islamofobia è ormai parte integrante non solo della politica tedesca ma anche di quella olandese e americana.

In “Perché uccidi, Zaid?”, l’autore racconta come durante l’occupazione la resistenza non abbia combattuto solo gli americani e i loro alleati, ma anche le milizie dei potenti politici locali: “Nel 2008 c’erano circa 100 mila combattenti che lottavano per la libertà e non uccidevano civili”.

Una resistenza che “va distinta da al-Qaeda, che invece resta un’organizzazione di ‘assassini’ composta da non più di 1000 membri, per la maggior parte non iracheni”, sulla quale conviene “tenere i riflettori puntati per giustificare l’occupazione”.
 

Il ricavato dai diritti del libro è stato devoluto per acquistare medicinali destinati ai tanti rifugiati e sfollati iracheni, e per finanziare un progetto di riconciliazione israelo-palestinese.

 

This article was originally published by: Osservatorio Iraq – Medioriente e Nordafrica

L’Iraq è il futuro del mercato petrolifero?

A 10 anni da quella che molti considerano la ‘guerra del petrolio’, gli Stati Uniti non sono ancora riusciti a imporre né una nuova legge né dei contratti più vantaggiosi per le loro compagnie, tranne che nella regione semi-autonoma del Kurdistan.

 

Nel 2009, quando le compagnie straniere sono rientrate in Iraq, la produzione di greggio è tornata a crescere e il paese è diventato il secondo produttore dell’Opec.

Secondo il blogger Joel Wing, le multinazionali che attualmente operano sul suolo iracheno sono sessanta: 17 hanno firmato contratti col governo di Baghdad, 40 con quello autonomo del Kurdistan e tre (Total, Exxon e Gazprom) con entrambi.

Inoltre, le nazionalità di queste compagnie sono molto variegate. Le ‘asiatiche’ sono le più numerose, e rappresentano il 43% del totale, seguite dalle americane col 28% e dalle europee col 25%.

Ma i contratti siglati dal governo federale iracheno sono formalmente “illegali” in quanto privi dell’approvazione del Parlamento, che è invece necessaria ai sensi della legge sul petrolio del 1967, attualmente ancora in vigore.

 

LA LEGGE SUL PETROLIO

 Dopo l’invasione del 2003, gli Stati Uniti hanno cercato (invano) di far approvare una nuova legge sul petrolio, esercitando enormi pressioni sulle istituzioni politiche irachene, con l’obiettivo di agevolare il ritorno delle multinazionali straniere nel paese.

Nel 2006, il Consiglio dei ministri di Baghdad ha preparato una proposta di legge e la Casa Bianca ha fatto di tutto per caldeggiarne l’approvazione, minacciando sia di tagliare i fondi per la ricostruzione sia di ritirare il proprio sostegno politico al premier Nouri al Maliki.

E per esercitare ancora più pressioni, gli Stati Uniti hanno imposto un ultimatum: settembre 2007.

Ma nel dicembre del 2006, i leader dei sindacati iracheni hanno cominciato ad organizzarsi contro l’approvazione di questo testo che spogliava il Parlamento nazionale dei suoi poteri di controllo sui contratti.

La loro lotta è stata abbracciata da ampi strati della società civile, convinti che le riserve petrolifere debbano essere un bene pubblico destinate alla popolazione locale.

Ben presto, anche molti politici iracheni hanno iniziato a schierarsi con i lavoratori, e al momento del voto in Parlamento la proposta di legge non è passata.

Nel 2009, però, il governo guidato da Maliki ha cominciato a concludere contratti con le multinazionali senza l’approvazione dei deputati, quindi in aperta violazione della legislazione in vigore.

Secondo Greg Muttitt, la mossa del premier va però letta come una ‘falsa’ vittoria per le compagnie petrolifere straniere, dal momento che i contratti sono formalmente illegali e resteranno in piedi solo finché a Baghdad ci sarà un governo ‘amico’.

 

I CONTRATTI PETROLIFERI

 Gli Stati Uniti e le compagnie petrolifere hanno inoltre perso anche sul fronte della tipologia dei contratti perché non hanno ottenuto la cosiddetta ‘produzione condivisa’, e si sono dovuti accontentare di ‘contratti di servizio’, fatta eccezione per il Kurdistan.

In base ai contratti di produzione condivisa, lo Stato rimane proprietario del petrolio mentre la compagnia straniera (o un gruppo) provvede a sborsare tutto il capitale necessario all’esplorazione, la trivellazione e lo sfruttamento del giacimento. I profitti – che per i primi anni servono a recuperare i costi dell’investimento – vengono poi divisi fra le due parti. 

In Iraq le multinazionali devono invece accontentarsi dei ‘contratti di servizio’, in cambio dei quali ricevono una tariffa fissa per ogni barile di greggio, senza alcun tipo di partecipazione alla divisione dei profitti.

Tanto che il New York Times li considera tra gli accordi più svantaggiosi al mondo, sia dal punto di vista dei guadagni sia per l’insicurezza endemica e il pessimo stato delle infrastrutture del paese.

Ed è proprio per questo che molte compagnie straniere si sono rivolte direttamente al più ‘clemente’ governo del Kurdistan.

 

OTTIME PROSPETTIVE?

 La corsa all’oro nero iracheno è incoraggiata dalle previsioni rispetto alla scoperta di nuovi giacimenti. Secondo il ministero del Petrolio, nel 2014 la produzione dovrebbe salire a quota 6,5 milioni di barili al giorno, più che raddopiando la cifra attuale di 2,7 milioni.

Il governo ha addirittura parlato dell’obiettivo di toccare quota 10 milioni entro il 2017, anche se alcuni analisti indipendenti sostengano che sia impossibile.

“Nessun paese è riuscito ad aumentare la produzione tanto quanto l’Iraq sta progettando di fare”, ha tuonato Michael Townshend, presidente della British Petroleum (BP) nell’ufficio di Baghdad.

Ma da quando le multinazionali petrolifere hanno fatto ritorno nel paese (tra cui l’italiana Eni), la corruzione è salita alle stelle: “Due compagnie occidentali sono attualmente sotto inchiesta per aver dato o ricevuto tangenti, il governo iracheno sta pagando una tariffa al barile calcolata in base ad obiettivi di produzione altamente irrealistici […] e i contractor stanno calcando la mano sui costi di trivellazione”, scrive Greg Muttitt.

“Le compagnie straniere che fanno affari senza mazzette sono l’eccezione, non la regola. Nessuno corre il rischio […], perchè all’improvviso il loro progetto potrebbe essere bloccato per questioni burocratiche, minacce o veri e propri atti di violenza”, spiega Hameed Abdullah su al-Mashraq.

Ma nonostante i bassi livelli di trasparenza, l’insicurezza e lo stato deplorevole delle infrastrutture, le grandi multinazionali non sembrano intenzionate a volersene andare. Perchè, come si legge in un documento della BP (riportato da Greg Muttitt), in molti sono convinti che “l’Iraq sia il futuro del mercato petrolifero”.

 

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L’Iraq 10 anni dopo: una ricostruzione fallita?

Secondo Dan Morse, quando gli Stati Uniti invasero l’Iraq pensavano di poter trasformare il paese in un “centro per lo sviluppo economico” basato sulle riserve di petrolio. Nel 2003 Paul Bremer ha dichiarato: “L’Iraq è pronto a fare affari”. Ma a dieci anni di distanza dall’invasione anglo-americana, disoccupazione e povertà dilagano e i servizi  essenziali non soddisfano i bisogni della popolazione. Ecco l’Iraq, 10 anni dopo l’invasione.

 

LE VERITÀ NEGATE DAL MIRAGGIO DELLA CRESCITA ECONOMICA

In base ai dati della Banca Mondiale, nel 2011 il prodotto interno lordo pro capite è tornato ai livelli del 1980, crescendo rispetto al periodo precedente l’invasione. Infatti, dai 759 dollari del 2001 si è passati ai 3.501.

“Pur nel bel mezzo di una situazione politica difficile, l’Iraq ha fatto grandi passi in avanti sul versante macroeconomico (…) la crescita è stata ripristinata, l’inflazione e il deficit decurtati”, si legge sul sito della Banca Mondiale.

Di un altro Iraq parlano invece i dati su disoccupazione e povertà, con il paese che sprofonda negli inferi della classifica mediorientale. 

Solo il 38% dei cittadini iracheni in età adulta ha un’occupazione lavorativa e le donne incontrano maggiori difficoltà degli uomini a trovare un impiego. Fra i paesi arabi, solo Libia e Yemen vantano risultati peggiori.

Ma soprattutto, nel 2012 circa il 22,5% della popolazione è sopravvissuto con appena 2 dollari al giorno, che convenzionalmente rappresentano la soglia della povertà. 

Di contro, il sottosuolo iracheno ospita le quarte riserve di petrolio al mondo e il paese si candida a diventare il secondo produttore di greggio su scala globale. L’oro nero è stato il motore della ‘crescita’ economica post-invasione e attualmente rappresenta il 90% delle esportazioni, il 95% delle entrate pubbliche e il 60% del Pil.

Tuttavia, questo settore fornisce occupazione solo all’1% della popolazione e, come nota il Washington Post, il governo non è stato in grado di investire i proventi del petrolio né per diversificare l’economia nazionale né per rimettere in sesto i servizi essenziali alla comunità come scuole, ospedali e infrastrutture.

Secondo Haifa Zangana, il problema principe dell’economia irachena risiede nella corruzionedilagante del sistema politico che avrebbe “bruciato” ben 600 miliardi di dollari di rendite petrolifere piuttosto che re-investirle in modo utile al paese. 

In base al Corruption Perceptions Index di Transparency International, l’Iraq è in fondo alla classifica mondiale, con livelli di corruzione così alti da farlo finire 169esimo su 176 paesi.

Inoltre, sin dal 2004 la terra tra i due fiumi  è stata inondata da ingenti quantità di denaro stanziate da ‘attori internazionali’ allo scopo di finanziare la ricostruzione post-conflitto: la Banca Mondiale, in collaborazione con le Nazioni Unite, ha stanziato circa 1,8 miliardi di dollari  attraverso due fondi fiduciari a cui hanno partecipato venticinque paesi.

Parte di queste risorse sono state usate per diversi progetti, dalla riedificazione di scuole e ospedali al rafforzamento del settore privato.

Anche gli Stati Uniti hanno partecipato direttamente alla ricostruzione, con uno sforzo finanziario molto consistente: il New York Times e al-Jazeera parlano di almeno 125 miliardi di dollari, l’investimento “più ambizioso dai tempi del Piano Marshall”.

 

NONOSTANTE LA PIOGGIA DI DOLLARI, “LA RICOSTRUZIONE È FALLITA”  

Nonostante questo ‘fiume di denaro’ abbia inondato le casse dello Stato iracheno, le condizioni in cui attualmente versano servizi e infrastrutture sono deplorevoli.

Secondo  Peter Van Buren, funzionario del Dipartimento di Stato: “La ricostruzione è fallita miseramente. Gli Stati Uniti non sono stati in grado di rimettere in funzione la rete elettrica nazionale né di fornire acqua potabile alla maggior parte della popolazione”.

In base ai dati dell’ Ngo coordination commitee for Iraq (NCCI), gran parte degli iracheni vive con sei ore di elettricità intermittente al giorno. La rete elettrica nazionale non riesce a soddisfare le necessità di una popolazione in continua crescita e condividere un generatore autonomo con i vicini di casa costa troppo per la maggior parte dei cittadini.

Inoltre, la carenza di energia elettrica ha avuto un impatto negativo sulla qualità dell’acqua, rendendo gli impianti di purificazione e fognari operativi solo periodicamente e mettendo così a rischio la salute della popolazione.

Di conseguenza, un iracheno su quattro non ha accesso all’acqua potabile. 

Dal 2003, il livello dei fiumi Tigri ed Eufrate è sceso notevolmente e il collasso del “qanat/karez” (un sistema di acquedotti collegato al nord e est del paese) ha messo in seria difficoltà queste aree.

La dipendenza dalle falde acquifere sotterranee è aumentata, ma senza una rigida regolamentazione la corsa per accaparrarsi queste risorse rischia di portarle ad esaurimento in tempi molto brevi.

Sempre secondo la NCCI, nel 2003 all’Iraq servivano 5 mila nuove scuole e 7 mila avrebbero dovuto essere messe in sicurezza. Attualmente, un quinto della popolazione fra i 10 e i 49 anni è analfabeta, mentre negli anni Ottanta l’Iraq vantava una posizione di primato nella regione per l’alto livello di istruzione dei suoi cittadini. 

Inoltre, scomponendo questo dato per genere, si nota come il problema riguardi soprattutto le donne (il 24% non sa né leggere né scrivere contro l’11% degli uomini).

A dieci anni di distanza dall’invasione americana, le scuole irachene devono affrontare molte difficoltà come per esempio l’assenza di attrezzature e la mancanza di personale qualificato.

Per quanto riguarda la sanità, il tasso di mortalità infantile e materna ha subìto un netto declino, anche se il paese si trova ancora in fondo alla classifica regionale.

Destano allarme la percentuale crescente di bambini che nascono affetti da malformazionicongenite e il notevole aumento dei casi di cancro e leucemia, soprattutto fra i più piccoli, nonché la comparsa di malattie “nuove” per il paese.

Secondo gli esperti, entrambi i fenomeni sono collegati alla contaminazione da uranio impoverito e altri tipi di inquinamento dovuti all’attività militare.

Molti di quei dottori e scienziati iracheni che hanno tentato di indagare su questa possibile correlazione sono stati vittime di censura, minacce e addirittura aggressioni.

 

NESSUN PROGRESSO SUL FRONTE DEI DIRITTI UMANI

A dieci anni dall’inizio dell’occupazione, le violazioni dei diritti umani continuano, soprattutto contro detenuti, giornalisti, attivisti e donne.

Secondo Human Rights Watch, gli arresti extra-giudiziali e la tortura sono pratiche ancora in voga e le forze di sicurezza irachene persistono nel reprimere con estrema violenza ogni forma di dissenso. 

La Ong ha inoltre denunciato l’esistenza di prigioni segrete e il sovraffollamento di quelle ordinarie in cui i prigionieri vivono in condizioni allarmanti, con un accesso molto limitato a cibo e servizi igienici.

Secondo Haifa Zangana, gli abusi sessuali e le minacce di stupro sono ormai pratiche comuni nei centri di detenzione. Su questo fronte anche Amnesty International ha documentato casi in cui i prigionieri sono stati costretti a praticare sesso orale durante gli interrogatori o hanno confessato per paura di ritorsioni sessuali nei confronti dei loro familiari.

In aggiunta, rimane critica anche la situazione dei rifugiati e il governo non ha messo a punto alcun piano per il loro rientro. Dal 2003, un iracheno su cinque ha lasciato la propria abitazione e ha cercato riparo altrove, a volte all’estero, altre all’interno dei confini nazionali.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni sono meno del 10% quelli che hanno deciso di rientrare, e spesso coloro che lo hanno fatto non hanno ritrovato la propria casa. Gli sfollati interni sono costretti a vivere in sistemazioni abusive senza accesso all’acqua pulita e ai servizi igienici.

Stando alle stime del ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, negli ultimi dieci anni quattro milioni e mezzo di bambini sono rimasti orfani. 

Attualmente sono 600 mila i minori che vivono in strada senza accesso ai servizi essenziali come il cibo e la casa, e 700 sono invece ospitati nei pochi orfanatrofi del paese.

L’Associazione degli psicologi iracheni ha denunciato gli effetti devastanti che l’occupazione ha prodotto sulla salute mentale dei più piccoli, creando notevoli problemi di apprendimento. Fuad Azziz, psicologo, sostiene che “i bambini hanno bisogno di muoversi, leggere, apprendere e giocare ma oggi in Iraq fare cose di questo tipo significa rischiare la vita”.

Inoltre, l’esposizione alla violenza sin dalla più tenera età ha reso molti adolescenti delle ‘reclute modello’ per le milizie armate, come ad esempio quelle affiliate ad al-Qaeda.

Infine, le donne sono un’altra categoria fortemente a rischio. Negli ultimi dieci anni, molte sono rimaste vedove, dopo aver perso i mariti in esplosioni, sparatorie o atti di violenza. Donne estremamente vulnerabili e spesso costrette a prostituirsi per guadagnarsi da vivere. 

Lo scorso aprile il governo iracheno ha varato una legge contro il traffico degli esseri umani, ma le autorità hanno fatto ben poco per metterla in pratica, così come nel caso della legge sulla violenza domestica (entrata in vigore due mesi dopo) che, fra le altre cose, rende illegale le mutilazioni genitali femminili e i matrimoni forzati e fra bambini.

 

L’IRAQ DELLE DONNE 

Sotto Saddam Hussein, la presenza delle donne in politica e all’interno del mondo del lavoro era incoraggiata, ma gli standard di vita della popolazione femminile si sono notevolmente deteriorati a partire dagli anni Novanta e soprattutto in seguito all’occupazione.

Secondo Al-Ali, ricercatrice presso la SOAS, i diritti sociali ed economici della donna e la sua posizione all’interno della società hanno cominciato a peggiorare durante il periodo delle sanzioni (1990-2003), per poi precipitare definitivamente. 

Attualmente la partecipazione delle donne nella sfera pubblica è ostacolata dal clima di insicurezza e dalla precarietà economica in cui vivono per la maggior parte.

E’ soprattutto la violenza a giocare un ruolo fondamentale: gli stupri, i rapimenti e il traffico di esseri umani sono cresciuti esponenzialmente in seguito alla caduta del regime.

Senza contare che durante gli anni Settanta e Ottanta l’Iraq era uno dei paesi arabi più all’avanguardia in materia di diritti femminili (si veda lo Statuto Personale del 1958) mentre con la nuova Costituzione, la religione è tornata ad avere un ruolo di primo piano e l’Islam si è affermato come fondamento della legislazione statale.

Secondo Haifa Zangana, sono tornate in auge pratiche che erano popolari un secolo fa come la Muta’a e la poligamia. La prima come forma di prostituzione socialmente accettata per le donne dei ceti sociali più bassi, la seconda come soluzione al grande numero di vedove.

“La condizione femminile è legata al contesto di insicurezza generale (…), le violazioni dei diritti delle donne fanno parte di tutta quella serie di abusi che ha subìto l’intera popolazione irachena (…), ma le donne devono sopportare un doppio fardello perché sotto l’occupazione hanno perso gran parte della loro libertà”, ha dichiarato Maha Sabria, professoressa di Scienza politica all’Università Al-Nahrain di Baghdad.

Uno dei pochi segnali positivi nell’Iraq post-invasione è rappresentato dalla netta crescita del numero di organizzazioni e campagne per i diritti delle donne all’interno della società civile.

Una delle battaglie più importanti è stata quella per l’introduzione delle quote di genere in Parlamento. Dapprima osteggiate dagli Stati Uniti e da molti leader religiosi iracheni, sono state infine introdotte nella Costituzione provvisoria del 2004.

In seguito alle elezioni del 2005, i seggi occupati dalle parlamentari donne erano il 31,5% del totale, mentre nel 2010 questa percentuale si è leggermente contratta arrivando al 25%.

Tuttavia, la considerevole presenza numerica femminile non si traduce in uno sforzo comune per articolare un’agenda ‘femminista’ o per agire almeno come un gruppo unitario: al contrario, molto spesso i dibattiti più aspri si accendono proprio sulle questioni r lative ai diritti delle donne.

Ciò si spiega in due modi. Primo, con il divario ideologico che separa le parlamentari ‘secolarizzate’ da quelle appartenenti a fazioni politiche d’ispirazione religiosa. Secondo, con la sottomissione delle parlamentari ai leader (che sono tutti uomini e a volte addirittura loro parenti).

Anche se l’introduzione delle quote di genere sta avendo un impatto positivo sulla percezione delle donne nella sfera pubblica, gli ostacoli da affrontare per intraprendere una carriera politica sono ancora numerosi. 

Ad esempio, molte delle candidate alle elezioni politiche del 2005 e 2010 hanno ricevuto minacce di morte, soprattutto dalle milizie islamiste.

 

QUESTIONI DI (IN)SICUREZZA

Nell’Iraq post-invasione, il clima di insicurezza è diventato ‘normalità’ e la violenza, oltre a colpire l’esistenza femminile in modo profondo, continua a scandire la vita di un’intera popolazione.

Secondo l’Iraq Body Count, l’apice è stato raggiunto nel 2006. Tuttavia, per tutto il 2008, l’intensità di incidenti, aggressioni ed esplosioni è stata notevole.

Durante il 2012, l’Iraq Body Count ha registrato 4,568 morti. Questa cifra ha portato il numero totale di decessi (da marzo 2003) fra i 111.047 e i 121.345. Tuttavia, fare stime precise è molto difficile e alcuni osservatori ritengono che i calcoli di questa organizzazione minimizzino la gravità della situazione, suggerendo addirittura che a perdere la vita siano stati un milione di persone.

Il 2012 ha segnato un triste primato: è il primo anno, dal 2009, in cui il numero delle vittime è cresciuto, anche se gli ultimi mesi sono stati relativamente tranquilli.

“Il paese rimane in uno stato di guerra a bassa intensità (…) dove la violenza quotidiana è intervallata da attacchi occasionali su vasta scala mirati a uccidere molte persone in un colpo solo”, si legge nel rapporto.

 

This article has been originally published by: Osservatorio Iraq – Medioriente e Nordafrica

Yemen. Sempre più minori nel braccio della morte

Dopo la deposizione dell’ex-dittatore, nel paese continuano le violazioni dei diritti umani. Da domenica 27 gennaio, 77 detenuti sono in sciopero della fame nella prigione centrale di Sana’a.

 

La protesta è iniziata dopo che un giudice ha condannato a morte Nadim Al-‘Azaazi, per un crimine commesso all’età di quindici anni.

I prigionieri hanno anche compilato una lista di richieste indirizzate al governo. Una lista scritta a mano e firmata da 66 detenuti e resa poi pubblica da Amnesty International: “L’applicazione della pena di morte ai minorenni è vietata sia dal codice penale yemenita sia dal diritto internazionale. Le autorità devono farsi carico delle loro responsabilità giuridiche e annullare immediatamente la sentenza”, ha dichiarato Philip Luther, direttore per il Medio Oriente e il Nord Africa.

Tra i trattati firmati dallo Yemen, la Convenzione dell’Onu sui diritti del fanciullo e il Patto internazionale sui diritti civili e politici: due documenti cruciali che vietano l’esecuzione capitale per i reati commessi dai minorenni.

 

LE RICHIESTE DEI DETENUTI

I detenuti del carcere minorile sospenderanno lo sciopero della fame solo quando tutte le condanne a morte a carico di minorenni verranno annullate, compresa quella di Nadim.

Nella lista indirizzata al governo, oltre alle rivendicazioni di una serie di diritti e tutele, i detenuti puntano il dito sulla corruzione dilagante all’interno delle strutture carcerarie del paese.

Così come lanciano un appello affinché i processi diventino rapidi ed efficienti, onde evitare i molti i casi in cui i ragazzi rimangono in cella anche per più di tre anni in attesa di un processo, che spesso si concluderà con il loro rilascio.

I detenuti propongono inoltre la revisione delle condanne inflitte per reati non gravi e il diritto dell’imputato a scegliere liberamente il proprio legale.

Chiedono infine che i tribunali diano mandato ai medici di accertare la reale età delle persone sottoposte a processo attraverso i nuovi metodi che la tecnologia mette a disposizione. Anche perché nello Yemen non vengono registrate quasi l’80% delle nascite, in parte a causa dell’alto costo dell’operazione.

Ciò significa che la maggioranza dei giovani che finiscono in carcere non è in possesso di documenti ufficiali che ne certifichino l’identità.

La protesta è finalizzata a fare luce sulle condizioni disumane in cui vivono i minori nei centri di detenzione: nel documento si fa infatti riferimento all’assenza di spazio e allo stato deplorevole delle celle, dove spesso mancano le finestre e a volte persino i letti. E alla possibilità di vedere i propri cari, con il trasferimento in un carcere più vicino alla propria casa.

Secondo Amnesty International, i detenuti che si trovano nei carceri minorili del paese sono spesso costretti a rimanere in prigione anche oltre i termini della loro condanna. Ciò avviene, per esempio, perché non riescono a pagare le “sanzioni pecuniarie” decise dai tribunali.

Intanto le esecuzioni capitali continuano, e lo scorso 3 dicembre è stata la volta di una quindicenne, Hind el-Barti, accusata dell’omicidio di una coetanea e giustiziata da un plotone di esecuzione.

Secondo alcune ricerche commissionate dall’Onu, tra il 2006 e il 2010 sono state 14 le condanne a morte a carico di minorenni: “Non siamo solo indignati perché continuano ad essere giustiziati in violazione del diritto internazionale, ma siamo anche profondamente preoccupati perché il numero di condanne contro i ragazzi è in deciso aumento”, osserva Zermatten, presidente del comitato delle Nazioni Unite per i diritti del fanciullo.

Anche l’Unione Europea si è unita al coro delle proteste, con un appello del febbraio 2010 contro l’esecuzione di Muhammed Taher Tabhet Samoum e di Fuad Ahmed Ali Abdulla, due giovani condannati a morte per crimini commessi quando avevano meno di 18 anni.

L’Ue ha chiesto alle autorità yemenite una moratoria della pena di morte per i minorenni e la garanzia di un sistema affidabile di certificati di nascita e di servizi atti ad accertare l’età del detenuto nel caso in cui i documenti non siano disponibili.

 

LA TRANSIZIONE E I DIRITTI UMANI

Secondo Human Rights Watch, in questa fase di transizione, il governo di Abdu Rabu Mansur Hadi dovrebbe impegnarsi a trovare delle soluzioni per le numerose violazioni dei diritti umani praticate nel paese, soprattutto quelle sui più piccoli.

Fra le questioni spinose che l’esecutivo è chiamato affrontare, le detenzioni arbitrarie, l’impiego di soldati-bambini, gli attacchi alla libertà d’espressione e la verità sulle vittime delle proteste del 2011.

“I minorenni hanno avuto un ruolo centrale nelle proteste del 2011, ma hanno anche sofferto molto durante il conflitto”, spiega Priyanka Motaparthy, ricercatrice di HRW.

In base alle stime dell’Unicef, 94 tra bambini e adolescenti sono rimasti uccisi e 240 feriti durante gli scontri.

Molte organizzazioni internazionali e Ong locali hanno infatti accusato le varie fazioni politiche di ‘strumentalizzare’ la presenza dei minori durante le manifestazioni, esponendoli – senza la loro piena consapevolezza – a dei rischi enormi.

Inoltre, sia le forze governative che i movimenti di opposizione hanno occupato diverse scuole, trasformandole in obiettivi militari e mettendo a rischio la vita di migliaia di giovani studenti.

Durante i mesi che hanno preceduto la “cacciata” dell’ex-dittatore, molti istituti scolastici sono stati usati come basi e postazioni da cui aprire il fuoco, e hanno addirittura ospitato dei prigionieri.

Se lo Yemen era già in fondo alla classifica “mediorientale” nei livelli d’istruzione, dopo il 2011 il tasso di abbandono scolastico ha subìto un’impennata, soprattutto tra le ragazze.

 

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Egitto. Per la pena di morte nessuna rivoluzione all’orizzonte

A due anni dalla rivoluzione i Tribunali egiziani continuano a condannare a morte: il dibattito nella società civile è vivo, ma non sembra esserci una posizione condivisa che ne condanni l’applicazione.

 

Esattamente un anno fa, al-Ahly e al-Masry – due club calcistici egiziani – hanno giocato una delle partite più sanguinose della loro storia.

A Port Said, l’incontro fra le due squadre si è concluso con un risultato inaspettato, la sconfitta dell’al-Ahly, prima in classifica e “orgoglio di tutta la nazione”.

Dopo la partita, lo stadio si è trasformato in un campo di battaglia in cui i supporter dell’al-Masry hanno attaccato violentemente non solo i loro avversari ma anche le forze dell’ordine: 74 persone hanno perso la vita.

Sabato scorso una Corte civile ha condannato a morte 21 dei 70 indagati con l’accusa di aver attaccato, ucciso e creato il caos nello stadio.

La sentenza ha scatenato le proteste dei familiari dei detenuti che, per ritorsione, hanno attaccato la prigione della città. Le forze dell’ordine hanno risposto con lacrimogeni e proiettili di gomma.

Il resto degli imputati verrà processato il 9 marzo e fra di loro vi sono 9 ufficiali di polizia. “E’ una sentenza molto dura, ma i responsabili di questa tragedia non si meritano che questo. A nessuno piace vedere morire la gente, ma chi commette un omicidio deve essere condannato a morte”, ha dichiarato un ultras di al-Ahly.

 

LA PENA DI MORTE NELL’EGITTO POST-RIVOLUZIONARIO

Negli ultimi due anni il dibattito sull’uso della pena di morte si è riacceso in più occasioni e ha trovato spazio sia sulla stampa nazionale che internazionale.

Lo scorso novembre, il Tribunale penale del Cairo ha condannato a morte 6 copti – originari dell’Egitto ma residenti all’estero – e il pastore americano Terry Jones, accusati di aver preso parte alla realizzazione e distribuzione del controverso film “L’Innocenza dei Musulmani”. I sette imputati sono stati processati in contumacia.

Pochi mesi prima, nell’agosto 2012, un Tribunale di Ismailiyya aveva deciso che quattordici attivisti islamici – accusati di aver ucciso 7 persone in Sinai nel 2011 (di cui 6 pubblici ufficiali e un civile) – dovessero essere impiccati. Gli imputati erano sospettati di appartenere a un gruppo estremista e di aver preso di mira sia militari che forze dell’ordine.

Il dibattito sulla pena di morte ha interessato anche il processo all’ex presidente Mubarak. La Procura aveva infatti richiesto la condanna a morte sia per l’ex dittatore che per altri 6 dei suoi fedelissimi, tra cui il suo ex ministro degli interni, Habib el Adly.

L’accusa in questo caso era di “omicidio premeditato” nei confronti di più di 800 manifestanti morti durante i 18 giorni di proteste. Alla fine tuttavia la Corte ha abbandonato l’idea della pena capitale optando per l’ergastolo.

Secondo Amnesty International, i partiti politici dell’Egitto post-Mubarak non hanno dimostrato alcun interesse ad impegnarsi sulla questione dell’abolizione della pena di morte.

Soprattutto i partiti islamisti – che dominano l’attuale scenario politico – si sono mostrati irremovibili rispetto alla possibilità di cambiare la legislazione.

 

L’ORDINAMENTO GIURIDICO EGIZIANO

Attraverso una serie di trattati e risoluzioni, l’Onu ha cercato di promuovere l’abolizione della pena di morte su scala globale.

Nei casi in cui è stato impossibile, ha invitato gli Stati membri a limitare l’uso di questa misura e a fornire al condannato una serie di “garanzie”, come ad esempio la possibilità di fare appello a una Corte di grado superiore. Uno degli obiettivi delle Nazioni Unite era la riduzione dei crimini per cui la pena di morte è prevista all’interno degli ordinamenti giuridici.

Nel 2007, con la risoluzione 62/149, è stata avviata una moratoria sull’uso della pena capitale. 104 paesi hanno votato a favore, 54 contro e 29 si sono astenuti. 

L’Egitto è fra quelli che non hanno aderito e le autorità si sono giustificate definendo la risoluzione “incompatibile con la religione e gli standard legali dell’ordinamento giuridico interno”.

Inoltre hanno aggiunto che “la pena di morte viene usata solo in armonia con le procedure legali e le misure del diritto islamico, di modo che questa pena sia compatibile sia con gli obblighi giuridici che religiosi”.

Secondo un report della Ong Arab Center for the Indipendence of the Judiciary and Legal Profession (ACIJLP), l’ordinamento giuridico egiziano prevede la pena di morte per ben 105 crimini.

In molti casi, la fattispecie del reato è descritta nella legislazione in modo vago e, perciò, la sua interpretazione si presta all’arbitrarietà del giudizio della Corte. Ad esempio, l’articolo 77 del Codice penale prevede che “chiunque compia un atto premeditato contro l’indipendenza, l’unità e l’integrità del paese” può essere punito con la morte.

In Egitto la pena di morte è comunemente utilizzata nei casi di omicidio premeditato, stupro, reati legati al terrorismo e al traffico e consumo di droga. Si esegue con l’impiccagione del condannato.

Sia i Tribunali civili che le Corti militari possono emanare questo tipo di sentenza, ma la procedura giuridica è leggermente differente.

Nel primo caso, il condannato a morte può fare appello alla Corte di cassazione (una corte di grado superiore). Tuttavia l’appello può essere presentato solo con riferimento a questioni procedurali e non sostanziali. Inoltre, anche nel caso l’imputato non faccia appello, il procuratore ha l’obbligo di inviare un memorandum alla Cassazione, che può decidere se modificare la sentenza, adottando una pena meno grave.

Nel caso delle Corti militari invece, l’imputato non ha il diritto di fare appello a nessun altro organo giudiziario: può solo adire un ufficio militare superiore.

In entrambi i “circuiti giuridici” – sia militare che civile – il presidente della Repubblica ha il potere di concedere la grazia ai condannati a morte o di commutarne la pena. Ogni sentenza deve essergli sottoposta dal ministro della Giustizia.

Nel caso delle Corti civili la sentenza di morte deve essere emessa dalla Corte con decisione unanime dei giudici che la compongono. Nel caso delle Corti militari invece vale la regola della maggioranza.

I Tribunali civili inoltre, una volta concordata la pena, devono richiedere l’opinione del Gran Mufti. Tuttavia quest’opinione non è vincolante e, se non viene ricevuta entro 10 giorni, il procedimento giuridico a carico degli imputati procede normalmente.

 

LA PENA DI MORTE SOTTO MUBARAK

Mentre nel resto del mondo questa misura veniva abolita da molti governi, secondo Amnesty International dal 1990 al 2000 il ricorso alla pena di morte in Egitto è aumentato.

Nell’arco di dieci anni, i Tribunali hanno emesso 530 condanne e sono state portate a termine 213 esecuzioni.

Sotto Mubarak la legislazione anti-terrorismo (con annessa pena di morte) era concepita come l’arma con cui combattere la violenza politica dei gruppi d’opposizione al regime, soprattutto di matrice islamica.

Il 2009 è stato un anno di “massacri”. Ben 136 persone sono state condannate a morte: 68 solo nel mese di giugno, con una media di esecuzioni annuali di circa 80 detenuti.

Dal 2009 al 2011, il numero di condanne è leggermente diminuito (si è scesi a 115). Inoltre bisogna considerare che il numero delle condanne supera di molto quello delle esecuzioni: fatta eccezione per le Corti militari, la sentenza viene resa effettiva solo se ad accettarla è la Corte di Cassazione, che spesso la commuta in una pena meno grave.

Il dibattito pubblico sull’efficacia della pena di morte è molto vivo. La società egiziana sembra però spaccata su questo punto, e anche fra gli esponenti delle fasce più acculturate delle società non sembra esserci una visione condivisa.

In generale, le autorità religiose tendono a sostenere l’utilizzo di questa misura in quanto prevista dal Corano. I pensatori religiosi più ortodossi vorrebbero addirittura che fosse estesa a un numero maggiore di crimini come l’adulterio e l’apostasia.

Di opposto segno l’umore di gran parte della società civile che sembra essere a favore di una limitazione del suo uso, soprattutto attraverso una diminuzione dei reati per cui è prevista, a dimostrazione che in Egitto non è ancora presente un vasto consenso che permetta al sistema giuridico del paese di abbandonare il ricorso a questa pratica

 

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Egitto. Libertà di stampa significa democrazia

Le violazioni della libertà di stampa erano una pratica quotidiana sotto il regime di Mubarak e sono proseguite durante l’interregno militare dello SCAF. Morsi ha promesso di voltare pagina, ma i casi dei tanti giornalisti e blogger arrestati o finiti sotto indagine per averlo criticato, sembrano dimostrare il contrario.

 

“Siamo molto preoccupati dall’attuale situazione in Egitto […]. Le autorità devono accettare le critiche della stampa […] altrimenti la situazione continuerà a peggiorare. Sollecitiamo il governo a smettere di molestare i giornalisti e condanniamo fermamente l’uso delle corti militari contro di loro”, ha dichiarato un portavoce della ong Reporter senza frontiere.

 

I CASI

Subito dopo la sua elezione lo scorso giugno, l’attuale presidente ha dichiarato che avrebbe protetto la libertà di stampa, sottolineando però che dai giornalisti si aspettava accuratezza e imparzialità.

A sei mesi dall’inizio del suo mandato, il mondo dell’informazione in Egitto sembra stretto fra la morsa della repressione governativa e un crescente clima di violenza.

Il caso di Muhammad Sabry – giornalista freelance operativo in Sinai – è solo l’ultimo in ordine di tempo ad aver attirato l’attenzione dell’opinione pubblica, sia nazionale che internazionale. Arrestato il 4 gennaio scorso mentre stava girando un documentario per Reuters nei pressi di Rafah,  una volta in carcere non ha potuto né parlare con un avvocato né contattare i familiari.

Un tribunale militare di Ismailia l’ha processato con l’accusa di lavorare contro la sicurezza nazionale e, infine, ne ha deciso il rilascio su cauzione. Il suo caso ha mobilitato ampi strati della società civile e soprattutto il movimento “Contro i Processi Militari”, di cui lo stesso giornalista fa parte.

Da quando Morsi è salito al potere, la Procura egiziana ha avviato una lunga serie di indagini a carico di giornalisti, blogger e presentatori televisivi, accusati di intaccare l’immagine del presidente o di offendere i valori religiosi.

Ad esempio Bassem Youssef, comico e conduttore del programma televisivo el-Barnameg (“Il Programma”), e Abdel Halim Qandil, direttore di Sawt al-Umma (“La voce della Nazione”), sono finiti sotto inchiesta per aver attaccato Morsi. Invece Doaa al-Adl, fumettista presso un quotidiano, è stata indagata per una vignetta giudicata offensiva nei confronti dell’Islam.

Anche alcuni giornali indipendenti come al-Dustour e al-Masry al-Yom sono finiti sotto tiro.

Il primo per un editoriale dai toni particolarmente accesi in cui la Fratellanza era accusata di voler trasformare l’Egitto in un emirato islamico. Il secondo, invece, secondo le dichiarazioni dell’ufficio del Presidente, avrebbe diffuso notizie false, mettendo in pericolo la pace e la sicurezza pubblica.

Lo scorso ottobre una corte di Luxor ha condannato Tawfiq Okacha – proprietario del canale televisivo el-Faraeen (“I Faraoni”) – a 4 mesi di reclusione e al pagamento di una multa. Tawfiq – famoso per la sua opposizione alla Fratellanza – è stato accusato di incitamento alla violenza.

Ma a minacciare la libertà di stampa non c’è soltanto la repressione governativa. I giornalisti egiziani devono fronteggiare un clima di molestie, violenza fisica e intolleranza.

Il 21 novembre scorso la sede di al-Jazeera ha subito un attacco, mentre il 17 dicembre è stata la volta del quotidiano Wafd. In quest’ultimo caso, l’aggressione è stata portata a termine da un gruppo salafita che ha lanciato pietre e cocktail molotov contro l’edificio. Alcuni giornalisti sono rimasti feriti.

Infine, il reporter Al-Hosseini Abu Deif – fotografo per il giornale indipendente el-Fagr – ha perso la vita durante gli scontri dello scorso 6 dicembre. Recatosi sul posto con l’obiettivo di filmare la manifestazione, un proiettile l’ha colpito alla testa, dopo che i sostenitori di Morsi l’avevano attaccato.

A finire nel mirino del governo non sono soltanto i “media classici” ma anche tanti blogger come, ad esempio, il copto Albert Saber Ayyad.

Rilasciato su cauzione lo scorso 17 dicembre, è in attesa di un nuovo verdetto da parte della Corte d’appello. I suoi guai sono cominciati quando un vicino di casa l’ha accusato di “capeggiare” un gruppo a favore dell’ateismo su Facebook. Albert è stato condannato in primo grado a tre anni di carcere per blasfemia con l’accusa di aver  postato alcuni video anti-Islam.

 

LA LIBERTÀ DI STAMPA SOTTO MORSI 

Lo scorso agosto, Morsi ha cancellato l’obbligo di detenzione per i giornalisti sotto inchiesta: in base a questo provvedimento, quando la Procura apre un’indagine l’individuo rimane in libertà fino al processo.

Resta, però, la possibilità di finire in carcere per reati commessi “a mezzo stampa”, come ad esempio la diffamazione. 

Secondo l’ong Reporter senza frontiere, una riforma del codice penale egiziano è necessaria perché, in un paese democratico, per questo tipo di crimini non si può finire in prigione.

L’attuale Presidente ha ereditato alcune strategie di “contenimento” del dissenso dal regime precedente e si è rifiutato di smantellare le principali strutture attraverso cui Mubarak controllava l’informazione. 

Ad esempio, ha mantenuto il ministero dei Media – simbolo della dittatura – mettendoci a capo un membro della Fratellanza, Salah Abdel Maqsud, e giustificando la sua decisione con l’impossibilità di licenziare i migliaia di dipendenti impiegati in questa struttura.

Molti giornalisti, inoltre, hanno denunciato la scelta di porre a capo dei maggiori quotidiani statali direttori inclini al presidente e ai suoi fedelissimi. E’ il caso del redattore di al-Akhbar, Mohammed Hassan el-Banna, accusato – una volta acquisita questa posizione di prestigio – di aver censurato molti editoriali di colleghi giornalisti, critici riguardo all’operato di Morsi.

“Ciò che sta accadendo è molto preoccupante. Abbiamo a che fare con un’organizzazione che non intende avviare un processo di democratizzazione o liberalizzazione della stampa. Tutto ciò che gli interessa è prenderne il controllo”, ha dichiarato Hani Shukrallah, direttore della versione inglese dell’Ahram on-line, riferendosi ai Fratelli Musulmani.

A scatenare le proteste dei media egiziani è stata anche la nuova Costituzione.

Il 23 dicembre scorso, molti operatori del mondo dell’informazione si sono riuniti davanti alla sede del Sindacato dei giornalisti per protestare in silenzio. “No a una Costituzione contro la libertà dei media e il giornalismo” è quanto si leggeva su un gran numero di striscioni.

Il problema principale del nuovo testo è l’assenza di una clausola che vieti la detenzione di chi commette crimini a mezzo stampa. La proposta di inserire una clausola di questo tipo è stata avanzata durante i lavori dell’Assemblea Costituente, ma la maggior parte dei membri l’ha rifiutata. 

Nel testo attuale – ratificato con il referendum dello scorso dicembre –  è inserito un riferimento alla libertà di stampa e di informazione. Inoltre, si dispone che un giornale possa essere chiuso solo per ordine di un tribunale.

D’altro canto però, è prevista la possibilità di censura e sanzione nel caso in cui l’operato di un giornalista leda il principio della ‘sicurezza nazionale’.

Dato che quest’ultimo è passibile di interpretazioni più o meno restrittive, la libertà dei media sembra tutt’altro che solidamente garantita.

La vera battaglia, quindi, si giocherà all’interno della Camera bassa del futuro Parlamento, quando verrà il momento di emendare la legge ordinaria che disciplina il settore dell’informazione.

Sotto Morsi, le principali linee rosse che un giornalista non sembra poter oltrepassare sono tre: la figura del Presidente, l’organizzazione dei Fratelli Musulmani e l’Islam. 

Durante la sua presidenza sono state avviate molte indagini a carico di individui accusati di averlo criticato. Gran parte delle inchieste hanno preso il via da “denunce” presentate dall’ufficio di presidenza e da attivisti islamici.

 

FARE I CONTI CON IL PASSATO: TRA CONTINUITÀ E CAMBIAMENTO

Sotto Mubarak, i media statali erano un prolungamento del governo e avevano il compito di veicolare la propaganda ufficiale del regime. Durante la rivoluzione del 25 gennaio, l’allora Presidente se ne è servito per minimizzare l’entità delle manifestazioni di piazza e instillare il dubbio che fossero manovrate da qualche attore esterno.

Il controllo dei media e, soprattutto, del mezzo televisivo è di estrema importanza, soprattutto in un paese come l’Egitto dove, secondo un sondaggio condotto nel 2011, per l’84% dei cittadini la televisione è stata la prima fonte di notizie durante le proteste.

Secondo una classifica della Freedom House, oggi in Egitto l’informazione è “parzialmente libera”.

Nel paese sono attualmente attive più di 500 testate giornalistiche di vario genere e, in seguito alla rivoluzione del 25 gennaio, questo settore ha registrato un grande fermento con la nascita di tanti nuovi giornali e la diffusione a macchia d’olio del citizen journalism.

Il 2011 è però stato un anno molto difficile per i giornalisti e gli operatori del mondo dell’informazione in generale, dato il compito di riportare gli eventi che hanno portato alla caduta del regime. Pur se abituati a censura e molestie – che erano pratiche comuni sotto Mubarak – i 18 giorni di proteste di piazza li hanno costretti a confrontarsi con nuove sfide.

Si sono verificate morti, aggressioni fisiche, distruzioni di attrezzatura e addirittura casi di molestie sessuali, anche a carico di professionisti stranieri. Chi si è improvvisato giornalista fra gli attivisti è stato bersaglio della violenza delle forze di sicurezza.

Durante l’interregno militare che è seguito alla caduta di Mubarak, lo SCAF ha continuato a negare ai giornalisti e blogger arrestati il diritto a un “processo equo”, rifiutandosi di giudicarli davanti alle Corti civili. Chiunque abbia criticato l’esercito – come del resto anche sotto Mubarak – è stato arrestato e portato in tribunale.

“L’indipendenza dei media è l’unica garanzia su cui possiamo costruire una società davvero democratica”, ha dichiarato Hossam Bahgat, direttore dell’Iniziativa Egiziana per i diritti dell’individuo.

“I media devono essere parte integrante della nostra battaglia per la democratizzazione della società, una battaglia da condurre parallelamente a quella per la democratizzazione del governo”.

 

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Turchia. I “Mitili rotti” di Istanbul

“Mitili Rotti” è il primo lungometraggio del regista turco Seyfettin Tokmak. Il film è stato proiettato a Roma, nella V edizione del Festival dedicato al cinema curdo.  di Valentina Marconi    In “Mitili Rotti”, Tokmak racconta la vita nelle periferie di Istanbul attraverso la storia di due cugini – Hakim e Feisal -, curdi originari di Mardin, una città al confine con la Siria.

 

In “Mitili Rotti”, Tokmak racconta la vita nelle periferie di Istanbul attraverso la storia di due cugini – Hakim e Feisal -, curdi originari di Mardin, una città al confine con la Siria.

I due bambini approdano nella metropoli in cerca di fortuna, e puntano a guadagnare il denaro sufficiente per emigrare in Germania.

Trascorrono le loro giornate cercando di sbarcare il lunario, con lavoretti illegali.

Hakim, ribelle e aggressivo, vuole avviare un piccolo business e vendere i mitili (cozze) per strada. Feisal, più pacato e con i piedi per terra, inizia come lavapiatti ma si lascia trascinare dall’amico in mille avventure.

L’unità narrativa attorno alla quale si snoda la storia è un ostello decrepito in cui (con)vive un gruppo multiculturale di inquilini.

Qui, Hakim e Feisal fanno amicizia con dei giovani migranti congolesi diretti in Grecia e due rifugiate bosniache, Medina e sua figlia Elma. La madre scompare in cerca di denaro e la piccola resta sola. E saranno proprio Hakim e Feisal a doversene prendere cura.

IL MESSAGGIO

La storia dei due giovanissimi protagonisti rispecchia le difficoltà di vita di due bambini costretti a vivere la strada e una quotidianità fatta di violenza, povertà e incertezza, in un mondo ostile e pericoloso.

Ciononostante, il loro agire è sempre carico di speranza e tutte le avventure, per quanto rischiose, conservano, in fondo, il sapore del gioco.

Il tema dell’emigrazione è il filo rosso che lega le storie di tutti personaggi: se Hakim e Feisal sognano di andare in Germania, il gruppo di congolesi è in partenza per la Grecia mentre Medina ed Elma sono giunte ad Istanbul dalla Bosnia in cerca di cure mediche.

Ma soprattutto si parla di Turchia.

“Questo è un film che vuole mostrare come l’Europa rappresenti ancora il paradiso nell’immaginario dei bambini curdi”, spiega il regista, sottolineando che il titolo del film – “Mitili rotti” – fa riferimento ad un’attività tipica della gente di Mardin emigrata a Istanbul, legata a un’antica tradizione armena che i curdi hanno appreso e fatto propria.

Tokmak racconta di averlo scoperto in una freddissima giornata invernale, quando insieme a Kenan Kavut, autore della sceneggiatura, ha notato dei ragazzi che facevano il bagno nelle acque del Bosforo per pescare i mitili e poi rivenderli.

 

IL FILM

“Militi Rotti” è stato interamente girato ad Istanbul. L’obiettivo del regista era mostrare “la parte oscura di quella città, dei suoi sobborghi spesso lontani dagli occhi dei turisti”.

Il film s’ispira al neorealismo italiano: Hakim e Feisal non sono attori professionisti, così come la maggioranza dei personaggi.

Entrambi vengono da città situate nel sud-est del paese, dove vivevano “per strada”: “Non sapevano niente di cinema prima di partecipare a questo lungometraggio”, conferma Tokmak.

Nonostante la storia si svolga nelle periferie della metropoli, la pellicola è ricca di elementi di respiro internazionale. Le diverse nazionalità dei protagonisti, il multilinguismo – con dialoghi in curdo, turco, bosniaco e congolese – e infine la musica, che è opera di un gruppo svedese.

Il film è uscito in diverse città della Turchia nel 2012, suscitando scalpore visto che il regista (di origini turche) ha deciso di dedicare il proprio debutto alla storia di due bambini curdi.

 

LA REALTÀ

Poco dopo l’uscita della pellicola nelle sale cinematografiche, il ragazzino curdo che interpreta Hakim è finito in prigione per aver tirato delle pietre contro la polizia durante una manifestazione.

E’ rimasto in carcere per ben quattro mesi.

Il regista afferma di essersi personalmente impegnato per il suo rilascio: “Penso che il giudice l’abbia liberato in virtù della sua carriera di attore”, ha dichiarato Tokmak. Due mesi fa ha vinto il premio come miglior attore in Turchia.

 

IL FESTIVAL DI ROMA

Il Festival di cinema curdo di Roma, inaugurato il 16 gennaio scorso, è giunto alla sua quinta edizione.  Organizzato dall’associazione Europa Levante, l’evento prende il nome di Heviya Azadiyé, “Speranza di libertà”.

Nella cinque giorni di kermesse si sono alternate sullo schermo venti pellicole, tra documentari, film e e cortometraggi.

L’anteprima dell’evento si è tenuta il 14 gennaio al Teatro Valle occupato di Roma, con la proiezione di un film storico, “Zare”. Quest’anno il festival era dedicato a Mirella Galletti, illustre esperta di curdologia scomparsa nel 2012.

 

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Focus Egitto/ Amnesty chiede giustizia per i giovani di Piazza Tahrir

A due anni dalla rivoluzione del 25 gennaio un nuovo rapporto di Amnesty International denuncia l’impunità delle forze dell’ordine per le violazioni compiute nel 2011. Violazioni che continuano anche dopo la caduta di Mubarak.

 

“Nessun alto funzionario o agente delle forze di sicurezza è stato condannato o punito adeguatamente per aver ucciso o ferito i manifestanti”, si legge nel rapporto, che mostra le immagini dei tanti giovani caduti nel corso degli scontri e che ancora non hanno giustizia.

 

MORSI, E L’ASSENZA DI CAMBIAMENTO

Durante la sua campagna elettorale, Morsi avea promesso che avrebbe punito i colpevoli. Più volte, nei suoi discorsi, ha ribadito la volontà di onorare la memoria dei martiri della Primavera egiziana.

All’inizio del mandato, l’attuale presidente ha istituito una commissione investigativa con l’obiettivo di indagare la violenza perpetrata dalle forze dell’ordine durante i 18 giorni di scontri che hanno portato alla caduta del regime di Mubarak.

Il rapporto della commissione gli è stato consegnato lo scorso 8 gennaio, ma il contenuto non è ancora stato reso pubblico né condiviso nella sua interezza con i familiari delle vittime.

Per Amnesty, cosi facendo, il leader della Fratellanza sta violando il diritto internazionale, celando ai cittadini egiziani la verità su quanto è accaduto ai loro cari.

Inoltre, il 13 gennaio scorso un verdetto della Corte di cassazione ha annullato la sentenza di condanna dell’ex presidente Hosni Mubarak e del suo ministro degli interni, Habib El Adly.

I due erano accusati di complicità negli omicidi eseguiti dalle forze dell’ordine durante le proteste del 2011.

Per questo a giugno del 2012 erano stati condannati all’ergastolo. La recente decisione della Corte di cassazione ha però riaperto il procedimento a loro carico.

Da quando Morsi è salito al potere, si sono registrate altre dodici morti durante manifestazioni di piazza. Gli scontri sono cominciati alla fine di novembre, dopo che il presidente ha emanato un decreto per assicurarsi ampi poteri.

Ma è stato soprattutto l’annuncio dell’approvazione della una nuova bozza di Costituzione e del relativo referendum a far riesplodere la violenza in tutta la sua forza.

Fra il 5 e 6 dicembre, dieci persone hanno perso la vita durante gli scontri tra gli oppositori e i sostenitori di Morsi. Secondo la ricostruzione di Amnesty, i fedelissimi del presidente hanno attaccato i manifestanti che si erano riuniti per un sit-in pacifico davanti al palazzo presidenziale.

Le forze dell’ordine, presenti nella zona a intermittenza, non sarebbero però prontamente intervenute per arginare la violenza e contrapporsi ai due gruppi.

Gli osservatori dell’Ong denunciano l’uso di molotov e fucili da parte di entrambi i blocchi, sottolineando inoltre che la maggior parte dei sostenitori del presidente Morsi sarebbero stati condotti al Cairo con dei pulmann.

 

AMNESTY E LE VIOLAZIONI DEI DIRITTI UMANI

Nel corso degli scontri del 2011, Amnesty ha istituito una commissione d’inchiesta con l’obiettivo di esaminare le violazioni dei diritti umani perpetrate dalle forze di sicurezza contro i manifestanti.

Il bilancio dei 18 giorni (25 gennaio – 13 febbraio) è ormai noto e conta 840 vittime e 6.600 feriti. 

Le forze dell’ordine avrebbero utilizzato gas lacrimogeni, cannoni ad acqua, fucili da caccia e proiettili di gomma contro i manifestanti.

L’uso di queste armi sarebbe spesso avvenuto in situazioni in cui le proteste si stavano svolgendo in maniera pacifica, senza che vi fosse un serio pericolo per nessuno.

I familiari delle vittime puntano il dito contro il sistema giudiziario egiziano e, soprattutto, la Procura che, in base alle loro dichiarazioni, non avrebbero assolto ai loro doveri.

I colpevoli delle brutali violazioni dei diritti umani – verificatesi in piazza Tahrir come nel resto del paese – non sono sarebbero stati adeguatamente puniti.

Il sistema giuridico egiziano prevede che i procuratori godano di un forte potere discrezionale, soprattutto quando si tratta di casi relativi a pubblici ufficiali: oltre a svolgere le indagini, possono decidere se portare un determinato caso davanti ad una Corte.

La vittima di un reato o i suoi familiari non possono fare appello contro la decisione del procuratore.

Inoltre, sia la polizia che alcuni membri del ministero dell’Interno hanno la facoltà di partecipare alle indagini, con la conseguenza che nel caso di crimini in cui siano coinvolti pubblici ufficiali si potrebbe verificare una sorta di “conflitto d’interessi”.

“La polizia non fornirà le prove che sono necessarie ad incolparla. Com’è possibile che l’istituzione accusata di aver ucciso i manifestanti sia la stessa a portare avanti le indagini sulle uccisioni?”, dichiara la madre di Muhamed Rashid, morto il 28 gennaio 2011, mentre prendeva parte alle manifestazioni anti-Mubarak.

Appena dieci giorni fa, la storia si ripete. Una corte di Beni Suef decide di rilasciare 14 pubblici ufficiali accusati di aver ucciso e ferito i manifestanti di Piazza Tahrir.

Durante ‘l’interregno militare’ che ha preceduto l’elezione di Morsi, i cittadini hanno continuato a scendere in piazza. In 120 hanno perso la vita nel giro di un anno.

Tuttavia – denuncia Amnesty – sarebbero solo tre gli ufficiali di basso rango condannati per uso improprio o eccessivo della forza ai danni dei manifestanti. Il resto dei militari continua a svolgere le proprie mansioni di “addetto alla sicurezza dello Stato”.

 

LE RICHIESTE DI AMNESTY

In base al diritto internazionale, gli stati hanno l’obbligo di indagare e punire le violazioni dei diritti umani che si verificano sul loro territorio.

Per fare questo, devono innanzitutto predisporre indagini efficaci volte ad accertare se un certo crimine sia stato commesso o meno. In seguito, in presenza di prove, è possibile procedere ad un processo e, eventualmente, sanzionare i responsabili di una determinata violazione.

Secondo Amnesty, fare giustizia e rivelare la verità sui crimini delle forze dell’ordine è indispensabile.

L’Ong chiede al governo egiziano di far luce sulle violazioni dei diritti umani perpetrate dai pubblici ufficiali per ridare credibilità alle istituzioni politiche del paese.

Nella parte conclusiva del documento, Amnesty avanza una lunga serie di richieste a Morsi. Partendo dalla necessità di rendere pubblico il rapporto della commissione che il presidente ha istituito all’inizio del suo mandato.

Nell’elenco compaiono anche la creazione di un nuovo organo indipendente per il proseguimento delle indagini e la garanzia della cooperazione di ministero della Difesa e degli Interni.

Amnesty ribadisce inoltre che i responsabili delle violazioni dei diritti umani devono essere portati davanti ad un tribunale e processati mentre le vittime e i familiari delle vittime devono essere protetti da ogni tipo di intimidazione.

In Egitto – prosegue l’organizzazione – servono riforme importanti, come quella dei poteri riconosciuti alla Procura e l’organizzazione delle forze dell’ordine: leggi e pratiche dei pubblici ufficiali devono essere riallineati con gli standard del diritto internazionale.

 

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