Egitto. Divide et impera, a sfondo confessionale

Dopo una serie di nuovi scontri, la tensione fra copti e musulmani è tornata a salire. E qualcuno già parla di guerra civile.

Le violenze interconfessionali sono ripartite da Khosous (piccola località a nord del Cairo) dove hanno perso la vita un musulmano e quattro copti*.
Alcuni blogger sostengono che a dare il via agli scontri sarebbe stato un banale incidente: forse una scritta oppure un disegno sul muro di un edificio religioso.
Una piccola scintilla che è bastata a far riesplodere l’odio all’interno di una comunità locale dove la tensione era già alta.
Due giorni dopo, gli scontri si sono riaccesi nella capitale (davanti alla cattedrale di San Marco), proprio dopo i funerali dei quattro cittadini copti morti a Khosous.
Questa volta, dopo la cerimonia, la gente ha intonato slogan contro il regime e soprattutto contro il presidente Morsi. Secondo alcune ricostruzioni sarebbero intervenute le forze di sicurezza, attaccando l’edificio religioso.
Tuttavia ricostruire con precisione le dinamiche dei due incidenti è quasi impossibile perché sul web dilagano numerosissime versioni dell’accaduto, versioni anche diametralmente opposte.
Due elementi sembrano finora incontrovertibili: una situazione d’instabilità politica e insicurezza ormai divenute quasi insostenibili ed un governo che non sembra riuscire a frenare il precipitarsi degli eventi.
CITTADINI DI SERIE B
Secondo il giornalista Ulf Laessing, durante la presidenza Morsi la violenza su base confessionale è aumentata e i cristiani hanno denunciato un numero crescente di attacchi contro le loro chiese.
Solo negli ultimi mesi, se ne sarebbero verificati cinque: da Shobra a Fayoum, passando per Aswan e Beni Suef.
Con la salita al potere del governo guidato dalla Fratellanza, molti membri della comunità copta hanno deciso di lasciare il paese trasferendosi soprattutto negli Stati Uniti.
Ma gli scontri interconfessionali non sono una novità dell’ultimo anno e rappresentano da sempre una costante della realtà politica egiziana già sotto Sadat e Mubarak, così come le discriminazioni contro i cristiani, sia sul piano legislativo sia nell’ambiente lavorativo.
Costruire o riparare una chiesa, per esempio, comporta enormi difficoltà in termini di permessi e autorizzazioni, mentre l’accesso ad alcune cariche pubbliche di alto profilo è, nei fatti, quasi del tutto interdetto ai membri della comunità copta.
DIVIDE ET IMPERA
Secondo la giornalista Yasmine Nagaty, Morsi – così come Mubarak – usa la violenza interconfessionale per ‘distrarre’ i cittadini egiziani dalla gravissima crisi socio-economica che sta attraversando il paese.
Seguendo quella che è ormai una consolidata strategia, lo Stato si fa promotore delle divisioni fra copti e musulmani divenendo, di conseguenza, complice della brutalità che ne scaturisce. 
A volte, come nel caso della chiesa andata in fiamme nel dicembre del 2010, le istituzioni sembrerebbero essere direttamente coinvolte nei fatti di sangue.
“Poiché Mubarak e Morsi hanno insistito su una politica economica che ha marginalizzato ampi strati della società, per questi regimi è diventato necessario tenere impegnati i cittadini in scontri di distrazione per evitare una mobilitazione sulla base dei problemi economici del paese, come quella del gennaio 2011”, ha dichiarato la giornalista.
La tattica del divide et impera dello Stato si è giocata anche sul piano legislativo: l’opinionista Mohammed Kheir spiega come nella prima Carta costituzionale egiziana l’articolo che definiva l’Islam come “religione di Stato” compariva in fondo alla lista. Poi però, con il passare degli anni, sarebbe stato progressivamente spostato verso l’alto, sino a finire in seconda posizione.
Infine, nella nuova Costituzione, la posta in gioco sarebbe aumentata ulteriormente, con l’inserimento del paragrafo n.220, che specifica l’orientamento sunnita dell’ordinamento nazionale.
In questo quadro legislativo, ogni altra identità religiosa costituisce per se un’accusa e i copti sono relegati ancora una volta al ruolo di cittadini di serie b.
A due anni dalla rivoluzione del gennaio 2011, l’establishment politico riconferma il suo rifiuto per un modello di Stato moderno e democratico, dove le gerarchie dettate dalla religione siano soppiantate da una versione liberale del concetto di cittadinanza.
Ed il ruolo che la comunità copta ricoprirà nel nuovo sistema politico rimane uno dei grandi interrogativi della ‘transizione’ attuale.
*I COPTI RAPPRESENTANO IL 10% PER CENTO DELLA POPOLAZIONE IN EGITTO E SONO LA MINORANZA CRISTIANA PIÙ NUMEROSA DI TUTTO IL MEDIO ORIENTE. SI CONCENTRANO SOPRATTUTTO AL CAIRO, ALESSANDRIA E NELLE CITTÀ DELL’EGITTO MERIDIONALE.
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Egitto. Le mille e una atrocità dell’esercito durante la ‘rivoluzione’

Da guardiani della rivoluzione a carnefici: questa la parabola dell’esercito egiziano documentata da un nuovo rapporto.

Il documento non è stato ancora divulgato tramite canali ufficiali ma – nella versione ridotta resa nota dal quotidiano inglese – ha fatto già il giro del mondo, provocando forti reazioni.

“Non si può sottovalutare l’importanza di questo rapporto […] Fino ad oggi, non c’è stato un riconoscimento ufficiale da parte dello Stato della forza eccessiva usata da polizia e militari. L’esercito ha sempre detto di essere stato dalla parte dei manifestanti e di non aver mai sparato contro i civili. Questa è la prima [..] condanna ufficiale delle sue responsabilità nei casi di tortura, sparizione forzata e uccisione”, ha dichiarato Heba Morayef, direttore di Human Rights Watch in Egitto.

 

Cronaca di una fuga di notizie

compilare questo rapporto-shock è stata una commissione nominata dal presidente Morsi nel luglio del 2012 e formata da sedici membri. Fra questi, giudici e funzionari del ministero degli Interni, ma anche avvocati per i diritti umani e parenti di persone uccise o scomparse.

L’obiettivo di questa task force era raccogliere informazioni dettagliate su uccisioni e ferimenti di manifestanti (avvenuti fra il gennaio del 2011 e il giugno del 2012), esaminando le misure prese dal governo e la cooperazione fra potere esecutivo e giudiziario.

Lo scorso gennaio, la commissione ha chiuso i battenti, presentando i risultati del proprio lavoro a Morsi, che invece di pubblicare le “mille pagine di atrocità” contenute nel rapporto, ha preferito passarle direttamente alla Procura.

Tutto è quindi rimasto a tacere sino alla settimana scorsa, quando alcuni capitoli sono finiti sulle pagine del Guardian.

Dalla lettura degli estratti pubblicati, emergono chiaramente tre questioni: la responsabilità dei militari in relazione alla tragedia di quelli che potremmo definire i desaparecidos egiziani, gli abusi commessi nell’ospedale militare di Kobri al-Qoba nel giugno del 2012 e l’uso eccessivo della forza impiegato dalla polizia contro i manifestanti a Suez.

 

Di torture, uccisioni e sparizioni forzate

In base al contenuto del rapporto, durante la rivoluzione del gennaio 2011, l’esercito ha torturato, ucciso e fatto sparire forzatamente molti cittadini egiziani.

Un numero imprecisato di civili sarebbe morto durante la detenzione nelle prigioni militari e alcuni corpi sono stati seppelliti senza essere identificati.

Durante i diciotto giorni di proteste, i militari sono accusati di aver trasformato il Museo egizio in un centro di detenzione temporanea, da cui poi trasferire i manifestanti nelle carceri militari dove molti avrebbero subito gravi forme di tortura.

Secondo la testimonianza di Mohamed Mahdi Issa, suo figlio è stato arrestato il 30 gennaio 2011 presso un checkpoint lungo la strada desertica tra Fayoum e il Cairo.

Dopo essere stato portato in una stazione di polizia e poi trasferito in una prigione militare, il giovane è scomparso nel nulla.

Durante la ‘rivoluzione’, sono spariti circa 1000 cittadini. I cadaveri di alcuni sono stati ritrovati negli obitori, spesso irriconoscibili per via delle torture subìte, mentre di molti non si sa ancora nulla a quasi due anni di distanza.

Fra le ‘raccomandazioni’ della commissione, l’avvio di un’indagine approfondita sugli abusi e le violenze perpetrate dai militari affinché vengano a galla i nomi di tutti i responsabili.

Ma il rapporto non si ferma qui, e documenta il trattamento ricevuto dai manifestanti feriti nell’ospedale militare di Kobri al-Qoba durante gli scontri davanti all’Abbassiya (il ministero della Difesa) nel maggio del 2012.

In base alle testimonianze raccolte, gli ufficiali dell’esercito avrebbero ordinato ai medici di operare i pazienti senza anestesia utilizzando strumenti non sterilizzati.

Inoltre, militari e dottori avrebbero aggredito verbalmente e fisicamente i feriti, mentre altri sarebbero stati chiusi nel seminterrato.

Un’altra parte del documenti indaga invece le dinamiche che hanno caratterizzato gli scontri di piazza, sottolineando come l’esercito abbia chiuso gli occhi davanti all’aggressione dei manifestanti da parte della baltagiya (criminalità).

Anzi. Alcuni video usati dalla commissione sembrano indicare che fra militari e delinquenti locali ci fosse un vero e proprio accordo.   

Infine, in un ultimo estratto pubblicato dal Guardian, si denuncia l’eccessivo uso della forza impiegato dalla polizia contro i manifestanti di Suez, durante i primi giorni della rivoluzione.

In questo caso gli ufficiali avrebbero ordinato ai loro sottoposti di sparare indiscriminatamente sulla folla e alcuni poliziotti in borghese si sarebbero infiltrati fra i manifestanti, diffondendo il panico a colpi di arma da fuoco.

 

La (non) risposta delle istituzioni

Giovedì scorso, Morsi ha incontrato il Consiglio supremo delle forze armate (Scaf). In questa occasione, il presidente ha ufficialmente preso le difese dei militari, assicurando che nessuna forma di attacco o insulto sarà accettata.

“Il popolo apprezza il grande ruolo di questa istituzione nel preservare la sicurezza nazionale”, ha dichiarato il capo di Stato egiziano.

L’esercito è un attore di primo piano sia nell’economia sia nella politica del paese, e riceve più di un miliardo di dollari all’anno in assistenza militare dagli Stati Uniti. Durante la rivoluzione del gennaio 2011, i militari hanno dichiarato la loro neutralità, assumendo il ruolo di garanti della sicurezza.

Ma nell’interregno che segue la caduta del regime di Mubarak, lo Scaf e l’immagine dei militari inizia a essere intaccata dai primi scandali: una serie di duri atti di repressione contro i manifestanti, gravi accuse di tortura e abusi sessuali, nonché l’uso diffuso di corti marziali per processare i civili.

Solo nel 2011 si contano almeno 12 mila cittadini processati davanti a tribunali militari, un numero così elevato da far impallidire il sistema giudiziario dell’era Mubarak.

Perciò se già da tempo la parabola dei militari egiziani era entrata in una fase discendente, il nuovo rapporto pubblicato dal Guardian potrebbe rappresentare un ulteriore passo in avanti in questa direzione: il primo riconoscimento da parte del governo delle atrocità commesse dall’esercito contro i civili dal gennaio 2011 in poi.

Tuttavia la versione integrale del documento non è stata ancora pubblicata ufficialmente dalle autorità egiziane, ma soprattutto, in base alla nuova Costituzione, l’esercito rimane l’unico ad avere il diritto di investigare sulle accuse di crimini commessi dai suoi membri.

Un duplice ruolo di controllato e controllore che con tutta probabilità non garantirà l’imparziale svolgimento delle indagini.

 

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Femen: guerra santa senza veli o neocolonialismo culturale?

Giovedì scorso il collettivo femminista Femen è tornato a far sentire la propria voce con la controversa iniziativa “Topless Jihad Day”, una mobilitazione duramente criticata anche da molte musulmane.

SE IMPAZZA LA CONTRO-PROTESTA

‘Donne Musulmane contro Femen’ è il nome della campagna online nata il 5 aprile su facebook, all’indomani della mobilitazione del collettivo ucraino.

 Nel giro di pochi giorni ha guadagnato più di 5.000 adesioni, stimolando un ampio dibattito anche su twitter, con l’hashtag #Muslimahpride.

 Le sostenitrici di questa campagna accusano Femen di ‘islamofobia e imperialismo culturale’, esprimendo un netto rifiuto per lo stereotipo della donna araba “vittima passiva” della sua cultura e religione. 

 Sofia Ahmed – fondatrice della pagina facebook – ha invitato le donne musulmane di tutto il mondo a ‘insorgere’ e in tantissime hanno raccolto il suo appello postando foto e scrivendo brevi messaggi.

 Da ‘L’Islam mi ha liberato’ a ‘Non ho bisogno di essere salvata’, questo il tono di alcune delle dichiarazioni apparse sui social network. 

 La campagna nasce per criticare il tentativo di Femen di imporre i propri valori sull’universo femminile musulmano. 

 “Stiamo prendendo una posizione per far sentire la nostra voce e reclamare il nostro diritto di scelta.  Ne abbiamo abbastanza dell’atteggiamento paternalistico e parassitario di alcune femministe occidentali”, si legge sulla pagina facebook del gruppo. 

 

LA ‘GUERRA SANTA’ DI FEMEN

‘Topless Jihad Day’ è invece l’iniziativa organizzata da Femen a sostegno dell’attivista tunisina Amina Tyler e contro l’oppressione delle donne da parte dei gruppi islamisti.

 Giovedì scorso il collettivo femminista ucraino ha organizzato delle azioni di protesta in molte capitali europee, dove le componenti hanno manifestato a seno scoperto, urlando slogan contro l’Islam.

 Tra i gesti più eclatanti, la messa a fuoco della bandiera salafita davanti alla Grande Moschea di Parigi. Poi – in una lettera aperta alle Donne Musulmane contro Femen -, la leader Inna Shevchenko ha dichiarato di accettare che ci siano donne che scelgano liberamente di indossare il velo.

 In questa occasione, l’attivista ha ribadito che il suo gruppo non è contro la religione, ma contro quelle dinamiche di violenza e oppressione che troppo spesso vengono compiute nel nome di Dio. 

 E difendendosi dalle accuse di imperialismo culturale, ha aggiunto: “La libertà non ha niente a che vedere con la nazionalità o il colore della tua pelle. Non c’è un pacchetto di diritti umani per gli europei e un altro per gli arabi o gli americani, i diritti umani sono universali”. […]

 “Puoi indossare tutti i veli che vuoi se domani sei libera di toglierli e poi rimetterli a tuo piacimento, ma non negare che ci sono milioni di donne come te che hanno paura dietro a quel velo, che subiscono violenze fisiche e sessuali perchè non rispettano le norme religiose. Noi siamo qui per gridare contro questa ingiustizia!”. 

 Femen è nato in Ucraina nel 2008 e ben presto ha acquisito una popolarità mondiale, soprattutto in virtù delle tecniche di protesta utilizzate, in primis il seno scoperto.

 Le attiviste dichiarano di lottare per i diritti delle donne e contro ogni tipo di istituzione (politica, religiosa ed economica) che riproduca il sistema del patriarcato.

 Già in passato hanno organizzato azioni dimostrative contro l’islamismo e la shari’a, mobilitandosi anche sul tema delle mutilazioni genitali femminili. La loro rete ha ormai acquisito una dimensione globale, giungendo a toccare anche alcuni paesi arabi. 

 

LE FEMEN ARABE

In Tunisia per esempio la fan page ‘locale’ del collettivo ucraino conta più di 17.000 adesioni e la cineasta Nadia al Fani, insieme alla giornalista francese Caroline Fourest, ha girato un documentario su di loro. Ed è proprio a sostegno di una Femen tunisina, la giovane Amina Tyler, che si è svolta l’iniziativa ‘Topless Jihad Day’. 

 L’attivista araba sta infatti subendo le ripercussioni del suo eclatante gesto: aver postato alcune foto su facebook in cui posava a seno scoperto.

 Sul suo corpo due scritte in nero. La prima, ‘Fuck your morals’, e la seconda: ‘Il mio corpo mi appartiene e non è la fonte dell’onore di nessuno’.

 Subito dopo la pubblicazione in rete, le foto di Amina hanno avuto una diffusione virali e la giovane si è ritrovata al centro di aspre e pericolose polemiche. 

 L’imam Adel Almi ha proposto che, in base al diritto penale islamico, la ragazza venga condannata a ricevere tra le 80 e le 90 frustrate, anche se per la gravità dell’atto commesso meriterebbe addirittura di essere lapidata. 

 “La sua azione potrebbe provocare un effetto domino e potrebbe essere contagiosa, mettendo in testa idee strane ad altre donne. Perciò è necessario fare di questo incidente un caso isolato”, ha dichiarato l’imam.

 Dopo lo scoppio dello scandalo, Amina è sparita dalla circolazione per circa due settimane per poi riapparire in una trasmissione televisiva dell’emittente francese Canal Plus, in cui ha ammesso di temere per la propria vita.

 E secondo Al-Masry Al-Youm, sempre Amina starebbe cercando di lasciare il paese, per cominciare un corso di giornalismo all’estero. 

 Ma il suo non è l’unico caso del genere. Nel 2011, a destare scandalo nel mondo arabo era stata l’egiziana Aliaa Magdi, anche lei per delle foto di nudo (integrale) apparse sul suo blog.

 Oggi anche lei è diventata una Femen, e ha lasciato l’Egitto per vivere in Europa.

 Nel dicembre del 2012 ha partecipato a una manifestazione con altre attiviste del gruppo ucraino per protestare contro l’oppressione delle donne da parte dell’Islam.

 Un  gesto – che secondo la femminista egiziana Yasmine Nagaty – va interpretato come reazione alla salita al potere dell’islam politico.

 

CHI PARLA PER CHI? 

Le critiche contro Femen si concentrano su due aspetti: l’uso del nudo come arma contro il patriarcato e la presunta retorica neocolonialista.

 Da una parte, protestare a seno nudo per attirare l’attenzione su questioni di genere è considerato da molti come un gesto contraddittorio che rischia di rinforzare quegli stessi stereotipi sessisti contro cui combatte.

 Dall’altra però le Femen si difendono da quest’accusa e spiegano che per loro il corpo è un’arma, non un oggetto sessuale.

 Le attiviste del collettivo devono sottoporsi a duri allenamenti fisici prima di poter partecipare alle proteste e devono anche imparare a muoversi in un modo che sia del tutto privo di richiami sessuali.

 Eppure, per la ricercatrice Sara Salem, molti aspetti del ‘discorso’ di Femen sono in realtà neocolonialisti’, come l’associare il velo all’oppressione e la serpeggiante convinzione che le donne musulmane non abbiano coscienza della loro oppressione. 

 “Affermano di essere contro Femen ma noi siamo qui per loro. Scrivono sui loro cartelli che non hanno bisogno di liberazione, ma i loro occhi chiedono aiuto”, ha dichiarato la leader del movimento ai microfoni di Al-Jazeera.

 Storicamente, alcuni regimi dittatoriali appoggiati dall’Occidente (come quelli di Ben Ali in Tunisia e Mubarak in Egitto) sono stati in prima linea nella promozione dei diritti delle donne, cooptando il movimento femminista all’interno delle strutture statali. E sarebbe proprio l’associazione tra regime post-coloniale e femminismo di Stato ad aver reso ambiguo il concetto di ‘liberazione’ ed ’emancipazione’ in molti paesi arabi, dove certe riforme sono state vissute come una vera e propria imposizione anti-democratica, suscitando reazioni come quella islamista.

 In questa cornice storico-politica, lo sdegno espresso dalla campagna ‘Donne Musulmane contro Femen’ acquisisce un valore ancora più profondo e legittimo.

 Ciononostante appare vero anche il contrario: questa stessa campagna non ‘rappresenta’ tutte le donne che vivono all’interno di quelle comunità in cui l’Islam è maggioritario, come Amina o Aliaa che reclamano quella libertà di scelta rivendicata dal collettivo ucraino.

 Quindi se da un lato il femminismo di Femen non è e non deve essere l’unico possibile – riconoscendo piena legittimità alle tante e variegate realtà locali sia di lotta e che di vita -, dall’altra andrebbero comunque sostenute le scelte di coloro che si pongono come outsider all’interno della propria comunità. 

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Conversazione con Hadeel Azeez: il nudo femminile come luogo di sincerità

Hadeel Azeez è un’artista irachena che vive ad Alberobello, in Puglia. E’ nata nel 1981 a Baghdad e si è trasferita in Italia nel 2003. Si occupa di pittura ma anche di scultura e disegno. E con le sue opere intimiste e raffinate è in grado di emozionare e far riflettere. Osservatorio Iraq l’ha intervistata.

Come ti sei avvicinata all’arte?

In maniera graduale, sin dalla tenera età. Dopo il liceo classico ho preso la decisione di iscrivermi all’Accademia delle belle arti a Baghdad, dove ho cominciato il mio percorso artistico vero e proprio.

 

Nei tuoi quadri il corpo femminile è un soggetto ricorrente, a volte nella sua interezza, altre invece solo attraverso un dettaglio. Perché questa scelta?

Non si tratta di una scelta, ma di un modo di guardare le cose. All’inizio preferivo i corpi interi, poi ho cominciato a spingermi sempre più verso i dettagli, guardando il corpo umano da un punto di vista diverso.

Quando si è un giovane artista, si tende sempre ad arricchire le proprie opere con elementi visivi, figure e concetti per paura di non essere capiti. Con l’esperienza si impara a liberarsi delle cose superflue e concentrarsi sempre di più sull’essenza.

 

Che rapporto c’è fra le tue opere e il tuo vissuto interiore?

Per me arte e psicologia sono interconnesse. Non esiste un altro modo di creare se non partendo da se stessi, dal lato più profondo dei propri sentimenti e delle proprie sensazioni. Il percorso di vita, la memoria, l’esperienza, gli interessi e la consapevolezza di sé sono parte del processo creativo che dà vita alle mie opere.

 

Come nasce l’idea di usare la calligrafia araba nei tuoi dipinti? 

L’idea è nata dopo una discussione durante una delle mie prime mostre in Italia: un uomo era rimasto molto offeso dalle immagini del nudo femminile presenti nelle mie opere.

Poi un giorno, per caso, mi sono ritrovata a leggere una poesia di Nizar Quabbani (illustre poeta siriano del ‘900 ndr) e a riflettere su quanta libertà avesse nel descrivere il corpo femminile senza barriere o limiti.

Così ho avuto l’idea di inserire i suoi versi nei miei dipinti perché volevo contestare – con il suo approccio femminista – il modo di vedere la donna solo come un corpo o un oggetto sessuale, anche se, al contrario dei versi di Quabbani, i temi delle mie opere sono lontani da qualsiasi riferimento sessuale o erotico.

Per me la scelta del nudo femminile nasceva dall’esigenza di indagare la psicologia umana con assoluta sincerità.

 

Le frasi che inserisci nelle tue opere sono tratte da opere letterarie?

Sì, in genere si tratta di poesie d’amore o che narrano esperienze di vita. Uso versi di vari autori di quasi tutte le epoche, ma soprattutto esponenti della letteratura araba moderna.

Il senso delle poesie che scelgo è inevitabilmente connesso con quello delle opere in cui sono inserite, e queste ultime prendono il titolo dalle prime. Come accade per esempio con quella intitolata “Per Dove Scappo”, da una poesia di Nazik al-Mala’ika.

 

Come vivi le critiche che ti sono state mosse per il fatto di utilizzare il corpo – nudo – delle donne? 

Le critiche sono lecite, basta che vengano fatte con rispetto. Sarebbe assurdo pensare che tutti possano apprezzare il contenuto delle mie opere, anche perché il giudizio delle persone è sempre condizionato da molti fattori. Come il backgroun sociale, ad esempio, o la religione.

 

Ti senti parte del panorama artistico femminile iracheno? In che rapporto ti poni rispetto  a figure di spicco come Layla Al Attar? 

Il mio percorso artistico si è sviluppato in Italia perché prima di lasciare Baghdad ero ancora una studentessa all’Accademia. Di certo mi sento irachena in tutto, come persona e come artista, ma non ho idea di cosa significhi fare parte del panorama artistico femminile iracheno.

Un artista non vorrebbe mai mettersi in una scatola che delimiti i suoi orizzonti. Mi vedo solo come una persona che proviene da una cultura ricca di storia e che vuole far conoscere al mondo la proprie arte.

Quanto a Layla Al Attar, la ammiro moltissimo per il suo coraggio. Credo che sia un idolo per tutti gli artisti iracheni e non, per il suo contributo all’arte e il valore artistico ed espressivo delle sue opere.

 

Perché hai deciso di lasciare l’Iraq e trasferirti in Italia?

Questioni di cuore! A Baghdad nell’aprile del 2002 ho incontrato Michele Stallo, l’uomo che poi è diventato mio marito. Era stato invitato a partecipare al padiglione italiano all’Esposizione Internazionale di Arte del Museo nazionale di Arte moderna a Baghdad.

Nei mesi successivi Michele è tornato molte volte in Iraq, creando anche l’associazione Salaam Baghdad – Artisti contro la guerra. Abbiamo deciso di andare a vivere insieme e da allora non ci siamo più separati.

 

Che ricordo hai delle guerre nel tuo paese? 

Le guerre, senza soluzione di continuità, sono iniziate quando ero piccolissima, divenendo per me una “normalità” relativamente traumatizzante. Sicuramente mi hanno lasciato tanti ricordi che mi hanno segnata.

Ma il mio paese non è solo guerra, l’Iraq ha una lunga storia. I siti archeologici della Mesopotamia sono presenti lungo l’intero tratto dei due fiumi, Tigri ed Eufrate.

L’impero islamico ha lasciato un segno forte fino ai nostri giorni. Mi sento molto più vicina a ricordi di questo genere, piuttosto che alle guerre.

 

A dieci anni dall’invasione americana dell’Iraq, cosa pensi della situazione delle donne nel tuo paese?

Devo premettere che non sono più tornata in Iraq dal 2003, quindi non posso rispondere a questa domanda in maniera troppo precisa. La popolazione irachena ha subìto tante violenze, sia a causa delle numerose guerre sia per la situazione politica interna.

La condizione delle donne irachene non è mai stata facile.

Anche se non sono mai state emarginate a livello legale, sono state la società e spesso le famiglie stesse ad imporre regole molto rigide sulle loro vite. In alcune zone del paese, le donne non vanno oltre la scuola dell’obbligo, non lavorano e difficilmente vengono assunte. Quando gli uomini vengono a mancare all’interno del nucleo familiare, le donne diventano molto vulnerabili: questa è la condizione che tocca a chi è senza un marito, un padre o un fratello.

E una donna senza sostegno e protezione è costretta ad affrontare un destino molto duro. Le vedove poi (il cui numero è cresciuto esponenzialmente durante l’occupazione straniera, ndr) vivono la peggiore delle situazioni, e sono spesso costrette in uno stato di povertà assoluta, tanto da spingere anche i figli piccoli a lavorare o chiedere l’elemosina.

 

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Egitto. Come un comico finisce in Procura

Col suo programma satirico El-Barnameg, il comico egiziano Bassem Youssef è diventato una celebrità in tutto il Medio Oriente. Attivo nel mondo della satira dal 2011, da allora non si è più fermato. Ma la sua parodia dell’attuale establishment politico gli è valsa un mandato d’arresto.

“Qui in Procura, poliziotti e avvocati vogliono farsi fotografare con me. Sarà per questo che hanno ordinato il mio arresto?”, si legge nell’ironico tweet di Bassem, postato domenica scorsa dall’ufficio del procuratore generale.

Ventiquattro ore prima era stato emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti, con l’accusa di aver insultato il presidente Morsi e l’Islam, e il comico aveva deciso di consegnarsi spontaneamente alle autorità giudiziarie.

Una volta in tribunale, ha dovuto rispondere a una lunga lista di domande su battute, ironie e dichiarazioni pronunciate durante il suo show televisivo, mentre una folla di fan e attivisti si è radunata davanti all’edificio per esprimere il proprio sostegno al comico.

Cinque ore di interrogatorio, al termine delle quali è stato rilasciato su cauzione, dopo il pagamento di 15.000 sterline egiziane (equivalenti a 2.200 dollari). Tuttavia, l’indagine contro di lui continua e Bassem potrebbe essere convocato di nuovo e costretto a comparire davanti a una corte. 

Intanto il suo caso ha suscitato forti polemiche all’interno della società civile egiziana. 

“Gli sforzi patetici volti a strangolare il dissenso e a seminare il panico fra i media sono chiare indicazioni dell’instabilità del regime e della sua mentalità oppressiva”, ha dichiarato su Twitter Mohammed Al-Baradei, leader della principale coalizione di opposizione.

D’altra parte, il presidente Morsi ha ufficialmente preso le distanze dall’operato della Procura, ricordando all’elettorato che “questo organo agisce in maniera indipendente rispetto alla presidenza”.

Ma le sue parole non hanno placato gli animi di una popolazione sempre più delusa e scontenta della direzione che il processo di transizione sta prendendo. 

“Il governo attacca i media perché parlano dei problemi del paese, ma gli egiziani non resteranno in silenzio e continueranno a protestare (…).I toni del mio show non si smorzeranno, al contrario continueranno a crescere”, ha dichiarato il comico ai microfoni della Cnn. 

 

CHI È BASSEM YOUSSEF?

 

Il suo programma, El-Barnameg, è diventato famoso nel 2011, subito dopo lo scoppio della rivoluzione. All’inizio è esploso su Youtube, dove il primo video postato ha ricevuto tre milioni di visualizzazioni. 

Ispirato al Daily Show del comico americano Jon Stewart, è presto divenuto ‘virale’ in rete e nel 2012 il canale privato OnTv  l’ha acquistato, inserendolo nel proprio palinsesto del venerdì sera.

E’ un programma satirico unico nel suo genere, soprattutto nel panorama televisivo egiziano. In trasmissione, Bassem siede tutto il tempo dietro ad una scrivania e da lì commenta con ironia i principali eventi politici nazionali, prendendo come ‘bersaglio’ i personaggi pubblici, e prima di tutto il presidente Morsi e il clero. 

Durante lo show, il comico salta da un video all’altro trasmettendo brevi clip di dichiarazioni rilasciate da figure note e facendo della satira sul loro contenuto.

“I politici che amano il mio show quando critico i loro avversari, poi mi chiamano per lamentarsi quando ad essere presi di mira sono proprio loro”, ha dichiarato Bassem con un certo sconforto.

In passato El-Barnameg è stato più volte al centro delle polemiche e alcuni lo hanno addirittura accusato di blasfemia.

“La società egiziana è di vedute ristrette. La gente non sa distinguere che differenza c’è fra criticare qualche personaggio ‘barbuto’ e insultare l’Islam come religione”, ha commentato difendendosi. 

Chirurgo di professione, medico volontario a piazza Tahrir durante i diciotto giorni di proteste che hanno abbattuto il regime di Mubarak, Bassem si definisce un musulmano praticante e si rifiuta di interpretare l’attuale caos politico egiziano come lotta fra uomini di fede e secolarizzati.

A suo parere infatti il problema è come l’Islam politico – dai Fratelli Musulamani ai Salafiti – stia gestendo il potere e usando la religione in modo distorto.

 

LIBERI, MA NON TROPPO

 

L’attacco che lo riguarda e la vicenda che lo vede protagonista non rappresentano un caso isolato, ma solo l’ultimo di una serie di atti giudiziari volti a colpire l’opposizione politica in Egitto.

Venerdì scorso era stata la volta di nove attivisti e quattro avvocati di Alessandria, finiti nel mirino della magistratura e chiamati a presentarsi davanti alla giustizia.

Dieci giorni fa, dopo gli scontri davanti alla sede della Fratellanza, la Procura aveva ordinato l’arresto di cinque prominenti esponenti del movimento egiziano pro-democrazia.

Nonostante Morsi avesse promesso di rompere con il passato autoritario e garantire la libertà di stampa e di espressione, sotto la sua presidenza la repressione del dissenso è proseguita, con metodi aggressivi che ricordano l’epoca di Mubarak e dell’interregno militare dello SCAF.

Attualmente, le linee rosse che i media non possono oltrepassare sono tre: la figura del Presidente, il movimento dei Fratelli Musulmani e i valori religiosi.

E la serie di indagini aperte è lunga, così come l’elenco di giornalisti, blogger e conduttori televisivi finiti sotto inchiesta.

A due anni dalla rivoluzione del 25 gennaio, la Freedom House ha classificato l’informazione in Egitto come “parzialmente libera”, evidenziando come il settore mediatico sia l’ennesimo in cui la transizione non sembra ancora andare nella direzione sperata.

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Egitto. Fotografia di una transizione

La transizione egiziana in diciannove ‘ritratti’: “All’inizio è tutto cominciato per gioco”, poi si è trasformato in “Voices of a transition”.

 

Arrivata al Cairo nell’ottobre del 2011, Lavinia Parlamenti è rimasta nel paese per tre mesi. I ‘protagonisti’ del suo progetto fotografico incarnano i tanti volti della transizione politica: donne e uomini, giovani e anziani, musulmani e copti, personaggi famosi e gente della strada. Ognuno con una storia diversa da raccontare, ma tutti con lo sguardo puntato verso lo stesso futuro dai contorni incerti.

 

Come nasce l’idea di realizzare ‘voices of a transition’?

Appena arrivata al Cairo, ho cominciato a scattare delle fotografie più ‘tradizionali’ ma presto mi sono resa conto di voler fare qualcosa di diverso. Volevo raccontare il momento di transizione politica che il paese stava attraversando, rappresentando esteticamente questo sentimento di passaggio. Perciò, ho deciso di utilizzare una tecnica che, contemporaneamente, comunicasse sia un’idea di dissolvenza che di presenza.

All’inizio è tutto cominciato per gioco. La prima ragazza che ha posato per me è stata Hadeer, una studentessa delle superiori. L’avevo conosciuta attraverso un amico del posto e volevo usare questo primo scatto come un ‘test’ per i successivi. Alla fine però la foto mi è piaciuta talmente tanto che l’ho tenuta e, dopo questo primo tentativo, è stato tutto più facile. Mi è bastato far vedere la foto di Hadeer agli altri ‘soggetti’ per fargli capire che tipo di lavoro avevo in mente.

E la scelta dei personaggi? 

Il dipanarsi degli eventi politici mi ha un po’ guidato nella scelta dei personaggi. Mentre vivevo questa mia prima esperienza da turista-lavoratrice nella capitale egiziana, le notizie che mi incuriosivano di più erano il punto di partenza per andare a caccia di volti da ritrarre. 

Per esempio, durante le manifestazioni dei Fratelli Musulmani, sono andata a cercare un membro di questo movimento politico. Spesso non è stato possibile ottenere quello che volevo perchè non tutti erano disponibili a farsi immortalare. Infatti molti ritenevano che questo tipo di fotografia fosse un po’ eccentrico.

Hai mai avuto problemi durante la realizzazione del progetto?

Sì, lo racconto anche nel mio sito web. Proprio quando avevo iniziato, la mia attrezzatura è stata rubata e distrutta. Forse per inesperienza o forse per troppa audacia, durante i primi giorni di scontri, io e una collega ci siamo addentrate in una ‘zona militare’ in cui ci avevano detto che si sarebbe tenuta una conferenza per i giornalisti.

Ma quando ormai era troppo tardi, ci siamo accorte che si trattava di un’informazione falsa e in men che non si dica ci siamo ritrovate in mezzo ad una ‘sassaiola’.

Anche se stavamo insieme a molti colleghi uomini, i poliziotti son venuti dritti contro noi due. Ci siamo prese qualche bastonata in testa, le solite mano addosso e l’attrezzatura è stata confiscata. Inoltre, ci hanno portato in un commissariato dove siamo rimaste per quattro ore.

Da giovane fotografa occidentale, come hai vissuto Tahrir?

Tahrir è un luogo talmente emoziante che è normale rimanerne rapiti. A fine novembre 2011, in piazza c’erano tre ‘attori’: i manifestanti, i poliziotti e un esercito di fotografi e giornalisti.

Trattandosi della mia prima esperienza, sicuramente ho imparato tanto a livello professionale su come ci si muove in ‘ambienti’ come questi. Tenere sempre gli occhi aperti è fondamentale perchè la situazione è molto delicata.

Il fatto di fare delle fotografie – avere un mezzo fotografico fra te e le persone – amplifica le difficoltà, perchè ti obbliga a guardare, a cercare un contatto anche con gli uomini e, per molti, è una cosa un po’ sopra le righe.

Durante la mia permanenza nel paese, il problema delle aggressioni fisiche contro le manifestanti donne ha cominciato a farsi sentire. Io stessa sono stata aggredita con una collega. Dopo di noi c’è stato il caso di un’altra giornalista e di una violenza sessuale contro una manifestante. La presenza femminile in piazza è considerevole, ma la battaglia per i diritti di genere è una rivoluzione nella rivoluzione.

Ancora Egitto nel futuro?

Sicuramente ho in mente di tornare in Egitto e seguo anche da qua l’evolversi della situazione. Mi piacerebbe  ampliare il mio progetto con un ritratto ad un ultras dell’Ahly.

Ad un fotografo che oggi si mette in viaggio per documentare la transizione egiziana, consiglierei  però di puntare su città ‘secondarie’ come per esempio Mansura e Port Said. Sono ancora tantissime le storie da raccontare e, in fin dei conti, la rivoluzione riguada l’intero paese non solo la sua capitale.

 

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Iraq. James Steele, l’uomo del mistero e il ‘mago’ della counterinsurgency

‘Dieci anni dopo’, un’inchiesta firmata da Guardian e BBC Arabic fa luce sul ruolo dell’ex-colonello statunitense James Steele in Iraq. La storia dell’esperto di counterinsurgency è ‘ambientata’ durante uno dei capitoli più oscuri dell’occupazione americana e arriva sino in Vietnam.

 

IL ‘MAGO’ DELLA COUNTERINSURGENCY

Steele è considerato un veterano delle cosiddette guerre sporche ed è diventato ‘famoso’ soprattutto per il suo impegno in Vietnam ed El Salvador.

“Intelligente, duro e attento osservatore”, così lo descriveva Donald Rumsfeld (allora ministro della Difesa), in una nota inviata al presidente Bush e al suo vice Cheney.

“E’ un individuo privo di umanità: il gran numero di guerre in cui ha combattutto e i vari tipi di tortura commessi, sia in Iraq che in altre parti del mondo, lo hanno privato di qualsiasi emozione”, ha detto di lui il generale iracheno Muntadher al-Samari.

In Vietnam, James Steele ha ‘familiarizzato’ con le tecniche ‘antiguerriglia’, combattendo nel reggimento dei Cavalli neri. In El Salvador, invece, ha ‘capeggiato’ l’MilGroup, un corpo di consiglieri speciali inviati dagli americani per ‘istruire’ il governo locale su come reprimere la ribellione di sinistra scoppiata nel paese.

“E’ un vero militare, di grande disciplina, sono davvero rimasto molto colpito da lui. (…) Senza il suo consenso, non si muoveva nulla”, ha dichiarato Celerino Castillo, agente speciale dell’esercito regolare di El Salvador.

James Steele è arrivato a Baghdad nel 2003, con l’incarico di consulente del settore energetico per l’amministrazione americana e è rimasto nel paese fino al 2005. Del suo ruolo durante l’occupazione si sapeva poco, almeno fino alla pubblicazione dell’inchiesta di Guardian e BBC Arabic. A documentarne la sua presenza del paese c’era solo un breve filmato youtube e qualche foto.

 

GLI IRACHENI LO FANNO MEGLIO, MA SOTTO LA SUPERVISIONE AMERICANA

Appena dopo l’invasione, gli Stati Uniti iniziano ad addestrare la polizia irachena per quella che pensavano sarebbe stata una transizione pacifica. Ma con l’escalation dell’insurrezione di matrice sunnita, il numero di soldati americani uccisi cresce esponenzialmente, la guerra diviene impopolare e la crisi irachena minaccia la rielezione di Bush.

Fino alla primavera del 2004, la repressione degli insorti era stata principalmente affidata ai militari americani ma con scarso successo.

Perciò, l’amministrazione, messa alle strette, si vede costretta a un cambio di strategia: la creazione di forze ‘speciali’ di polizia composte esclusivamente da iracheni, sotto la supervisione di esperti americani in ‘counterinsurgency’.

La decisione di creare questi ‘commandos‘ viene materialmente presa da Falah al-Naqib, ministro degli Interni iracheno durante il governo di Allawy che, insieme agli americani, decide di ‘abbandonare’ parzialmente il principio di de-baathificazione, mettendo a capo di queste nuove forze di sicurezza degli ufficiali che avevano ‘lavorato’ durante il regime di Saddam, in primis il sunnita Adnan Thabit, che ne diviene il leader.

Secondo l’inchiesta di Guardian e BBC Arabic, più tardi i ranghi di questi commandos speciali vengono integrati anche da milizie sciite, desiderose di ‘dare una lezione’ agli insorti.

L’organizzazione e l’addestramento di queste forze speciali viene affidata a un circolo molto ristretto di ‘esperti americani’ che svolgono principalmente un ruolo di consulenza. James Steele (da civile) ne diventa il capo indiscusso, con il compito di supervisionare le forze locali anti-guerriglia e dirigere la caccia agli insorti.

Sempre l’inchiesta sottolinea come l’ex-colonnello statunitense abbia collaborato quotidianamente con i commandos speciali iracheni, fornendogli liste di individui da catturare e provvedendo ad organizzare il trasferimento dei prigionieri in centri per gli interrogatori gestiti dagli americani.

 

LE PRIGIONI SEGRETE

Per ottenere informazioni sull’insurrezione, vengono istituiti dei centri di detenzione segreti dove le forze speciali di polizia portano gli individui arrestati durante i raid. Secondo il generale al-Samari, le prigioni segrete sarebbe state quattordici o quindici in tutto, sparse in tutto il paese e sotto il controllo del ministero degli Interni.

Gli americani erano a conoscenza di tutto quello che succedeva al loro interno, uccisioni e torture comprese. Il generale (attualmente residente in Giordania) racconta anche di come lo stesso Steele abbia visitato uno di questi centri a Baghdad in sua presenza.

Ottenere informazioni dai detenuti era un’operazione di routine per i commandos speciali iracheni e i loro supervisori americani. I sopravvissuti agli interrogatori hanno rivelato di essere stati sottoposti ai più svariati tipi di abusi come percosse, stupri, minacce con armi da fuoco ed elettroshock.

La città di Samarra, a nord di Baghdad, è stata uno dei più importanti banchi di prova per la nuova strategia di ‘counterinsurgency’ adottata dall’amministrazione americana.

Qui, i commandos e i militari americani hanno istituito un centro di detenzione all’interno della biblioteca principale della città. Il giornalista Peter Maass, che ha avuto l’occasione di visitarlo nel 2004 (mentre alloggiava a casa dello stesso Steele, ndr), scrive: “C’erano circa 100 detenuti accucciati sul pavimento con le mani legate dietro la schiena e la maggior parte di loro erano bendati”.

“Alla mia destra, un ufficiale […] stava picchiando e dando calci ad un prigioniero che giaceva a terra. Sono entrato in una stanza adiacente al corridoio principale, e, al momento del mio ingresso, è uscito un detenuto con il naso sanguinante [..] poi a pochi minuti dall’inizio dell’intervista, un uomo ha cominciato a gridare nel corridoio principale Allah Allah Allah, [..] , e non erano grida di estasi ma urla disperate di una persona impazzita”.

 

L’EPILOGO

Secondo Todd Greetree (ambasciatore americano in El Salvador) esiste un filo rosso che collega le strategie di repressione delle insurrezioni messe in atto dal Vietnam in poi.

Perciò, non deve sorprendere che individui come Steele, associati a quel tipo di guerra e profondi conoscitori di tutti i suoi segreti, ricompaiano in momenti diversi della storia, per mettere la propria ‘expertise‘ a servizo dello Stato.

Steele ha lasciato l’Iraq nel settembre del 2005 e, dopo la sua partenza, i commandos hanno continuato ad operare ed ingrandirsi, arrivando a contare 17.000 membri.

Il Guardian e la BBC Arabic hanno cercato di intervistarlo, ma si è rifiutato. Al microfono del giornalista Peter Maass, avrebbe però dichiarato di essere contrario alle violazioni dei diritti umani.

E sebbene il suo operato in Iraq dimostri il contrario, sarà davvero difficile che quest’uomo diventi oggetto di un’inchiesta giudiziaria. Attualmente, l’ex-colonnello vive in Texas e di tanto in tanto, tiene lezioni universitarie sulle tattiche di counterinsurgency.

 

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Egitto. Giù le mani da Port Said: le Green Eagles a difesa della città

Da due mesi le proteste a Port Said si sono riaccese. Al centro delle agitazioni le Green Eagles, il gruppo ultras che sostiene il club calcistico locale al-Masry. Legati alla città e molto strutturati a livello organizzativo, sono ormai un attore centrale delle rivendicazioni e delle lotte locali.

 

La stampa internazionale ha cominciato a parlare di questo gruppo nel febbraio del 2012 quando, in seguito al massacro dello stadio di Port Said, la tifoseria locale è stata accusata di essere la principale responsabile delle violenze.

Tuttavia, le Green Eagles si sono sempre difese, puntando a loro volta il dito contro il regime e dichiarando che, dopo gli scontri nello stadio, molti dei loro leader sono stati arrestati in maniera arbitraria dalle autorità.

Con una sentenza dello scorso 26 gennaio, 21 membri di questo gruppo sono stati condannati a morte proprio per i fatti dello stadio. In seguito all’emanazione del verdetto, i loro compagni hanno guidato le proteste esplose davanti al carcere della città. 

Poi, durante il mese di febbraio, gli ultras di al-Masry hanno detenuto la leadership del movimento di disobbedienza civile che ha interessato Port Said, ricevendo anche il sostegno dei lavoratori.

In un comunicato del 17 febbraio scorso, il gruppo ultras ha dichiarato: “La campagna di disobbedienza civile mira a fare giustizia per i martiri di Port Said, portare davanti al giudice i poliziotti che hanno aperto il fuoco contro i manifestanti inermi, far includere i morti della nostra città  fra i martiri della rivoluzione egiziana ed evitare la politicizzazione del processo in corso”.

Lo scorso 9 marzo, la vicenda giudiziaria relativa al massacro dello stadio si è conclusa con un secondo round di sentenze e la conferma delle 21 condanne a morte per gli ultras di al-Masry.

 

LA REAZIONE

 

In un comunicato riportato da al-Watan, le Green Eagles hanno attaccato i giudici e dichiarato che si tratta di una sentenza “politicizzata”, volta a placare gli animi della tifoseria dell’Ahly, molto temuta dal regime per il suo ruolo nella rivoluzione.

Per la tifoseria di al-Masry, la sentenza è ingiusta e rappresenta uno strumento di ‘oppressione’ nei confronti della loro città e della sua popolazione.

“Noi difendiamo chiunque sia vittima di un’ingiustizia – sia egli ahlawy o masrawy – l’ingiustizia per noi non ha colore (calcistico) e come difendiamo i nostri saremo pronti a difendere gli altri”, hanno scritto le Green Eagles in un post sulla loro pagina Facebook, esprimendo il proprio risentimento per la gioia di parte della tifoseria avversaria alla notizia delle condanne a morte dei loro compagni.

Inoltre, hanno aggiunto, “il regime deve sapere che non può abusare di Port Said o farne un capro espiatorio”.

Gli ultras pretendono il ripristino dei diritti economici per le famiglie dei martiri – i morti durante le manifestazioni e gli scontri di piazza che, se dichiarati ‘martiri della rivoluzione’, hanno diritto ad un sussidio economico per le famiglie – sia per le vittime di una sentenza considerata “ingiusta” (le condanne a morte).

Nei loro comunicati, denunciano la corruzione del regime di Morsi e si scagliano violentemente contro le forze dell’ordine che apostrofano con epiteti poco lusinghieri, come “cani” o “delinquenti”. 

Scendi, partecipa, resisti al sistema”, così si concludono gran parte dei comunicati con cui il gruppo esorta sia i propri membri sia i cittadini di Port Said ad unirsi alle proteste di piazza.

 

PORT SAID: TRA CALCIO E POLITICA

 

Il gruppo ultras Green Eagles, anche conosciuto con l’acronimo UGE,  nasce nel 2009 a Port Said. Conta oltre 2000 membri, tutti supporter del club calcistico locale, l’al-Masry, fondato a sua volta nel 1919.

Questa squadra, il cui nome in italiano significa ‘l’egiziano‘, fu fondata come “espressione del nazionalismo, in seguito al movimento contro l’occupazione britannica guidato da Saad Zaghloul”. 

Fu il primo club egiziano attivo nella città perché il panorama calcistico, fino a quel momento, era stato dominato dai team delle comunità straniere residenti intorno al Canale di Suez. A dare vita ad al-Masry furono i lavoratori egiziani, sotto la guida del sindacalista Moussa Effendi.

Secondo al-Masry al-Youm, il supporto delle Green Eagles non è confinato al club calcistico locale, ma si estenderebbe a tutta la città di Port Said, con cui il legame emotivo e politico è fortissimo.

Non a caso il motto principale di questo gruppo è “Eredi del 56”, che richiama il ruolo eroico svolto dalla città in quell’anno contro l’aggressione tripartita di Francia, Regno Unito ed Israele in seguito alla nazionalizzazione del Canale di Suez da parte dell’ex-presidente Nasser.

Gli Ultras non solo partecipano a tutte le partite del club calcistico locale (sia in casa che in trasferta) ma organizzano anche una festa ogni anno per celebrare gli eventi del ’56 con fuochi d’artificio, graffiti, canti e slogan che fanno parte del loro repertorio. 

Anche se sicuramente il più importante per dimensione e organizzazione, non è il solo gruppo ultras operante nella città: nel 2010 infatti si è costituita un’altra corrente, i Masrawy, che sostengono sempre al-Masry e siedono nel ‘elmodarragh elgharbi‘ (traducibile nella nostra espressione “curva nord”) con le Green Eagles.

 

L’ATTIVISMO ON-LINE E IN PIAZZA

 

Gli ultras di al-Masry sono molto attivi in rete, soprattutto sui social network. La loro pagina Facebook principale è seguita da quasi 60 mila persone, e oltre ad essere aggiornata frequentemente è corredata da tantissime foto di manifestazioni. Il gruppo ha anche un suo canale Youtube.

Analizzando i post pubblicati, ci si accorge della sua importanza a livello organizzativo, con comunicati che segnalano l’ora e il luogo di tutte le assemblee e manifestazioni degli ultimi mesi.

L’identificazione del gruppo ultras con la città di Port Said è molto radicata e, come nota il quotidiano al-Masry al-Youm, la ‘rivoluzione’ di cui parlano è focalizzata sui problemi locali piuttosto che avere un respiro nazionale.

Un membro del gruppo che ha chiesto di rimanere anonimo avrebbe dichiarato: “La nostra rivoluzione è contro l’oppressione che il regime pratica verso Port Said in maniera particolare (…). La sentenza di morte emessa dal giudice non è solo contro il nostro gruppo ultras ma contro tutta la città (…), tutti i componenti delle ‘Aquile Verdi’ sono Saidi, non c’è nessuno fra i membri che provenga da altre parti dell’Egitto”.

Il caso giudiziario dello stadio di Port Said ha creato un baratro fra questa città e la capitale. I cittadini si sentono non solo marginalizzati ma addirittura presi di mira dal regime. E gli ultras locali sono i veri portavoce di questo sentimento che è però profondamente diffuso in tutta la società.

Le Green Eagles sono diventate un attore politico fondamentale a livello locale, molto sensibile alle rivendicazioni e alla sete di giustizia della cittadinanza. Svolgono un ruolo centrale nell’organizzazione delle manifestazioni e sono sempre in prima linea negli scontri e nelle marce.

Tuttavia, son ben lontani dall’aver articolato un’agenda politica strutturata e, secondo alcuni analisti, durante la campagna di disobbedienza civile, il coordinamento con le altre forze politiche (come i sindacati e le istituzioni economiche) è stato debole. 

Inoltre, fare dei martiri il tema principale delle proteste senza dare spazio ad altre questioni sociali importanti è stato forse roppo restrittivo.

 

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