Egitto. Fotografia di una transizione

La transizione egiziana in diciannove ‘ritratti’: “All’inizio è tutto cominciato per gioco”, poi si è trasformato in “Voices of a transition”.

 

Arrivata al Cairo nell’ottobre del 2011, Lavinia Parlamenti è rimasta nel paese per tre mesi. I ‘protagonisti’ del suo progetto fotografico incarnano i tanti volti della transizione politica: donne e uomini, giovani e anziani, musulmani e copti, personaggi famosi e gente della strada. Ognuno con una storia diversa da raccontare, ma tutti con lo sguardo puntato verso lo stesso futuro dai contorni incerti.

 

Come nasce l’idea di realizzare ‘voices of a transition’?

Appena arrivata al Cairo, ho cominciato a scattare delle fotografie più ‘tradizionali’ ma presto mi sono resa conto di voler fare qualcosa di diverso. Volevo raccontare il momento di transizione politica che il paese stava attraversando, rappresentando esteticamente questo sentimento di passaggio. Perciò, ho deciso di utilizzare una tecnica che, contemporaneamente, comunicasse sia un’idea di dissolvenza che di presenza.

All’inizio è tutto cominciato per gioco. La prima ragazza che ha posato per me è stata Hadeer, una studentessa delle superiori. L’avevo conosciuta attraverso un amico del posto e volevo usare questo primo scatto come un ‘test’ per i successivi. Alla fine però la foto mi è piaciuta talmente tanto che l’ho tenuta e, dopo questo primo tentativo, è stato tutto più facile. Mi è bastato far vedere la foto di Hadeer agli altri ‘soggetti’ per fargli capire che tipo di lavoro avevo in mente.

E la scelta dei personaggi? 

Il dipanarsi degli eventi politici mi ha un po’ guidato nella scelta dei personaggi. Mentre vivevo questa mia prima esperienza da turista-lavoratrice nella capitale egiziana, le notizie che mi incuriosivano di più erano il punto di partenza per andare a caccia di volti da ritrarre. 

Per esempio, durante le manifestazioni dei Fratelli Musulmani, sono andata a cercare un membro di questo movimento politico. Spesso non è stato possibile ottenere quello che volevo perchè non tutti erano disponibili a farsi immortalare. Infatti molti ritenevano che questo tipo di fotografia fosse un po’ eccentrico.

Hai mai avuto problemi durante la realizzazione del progetto?

Sì, lo racconto anche nel mio sito web. Proprio quando avevo iniziato, la mia attrezzatura è stata rubata e distrutta. Forse per inesperienza o forse per troppa audacia, durante i primi giorni di scontri, io e una collega ci siamo addentrate in una ‘zona militare’ in cui ci avevano detto che si sarebbe tenuta una conferenza per i giornalisti.

Ma quando ormai era troppo tardi, ci siamo accorte che si trattava di un’informazione falsa e in men che non si dica ci siamo ritrovate in mezzo ad una ‘sassaiola’.

Anche se stavamo insieme a molti colleghi uomini, i poliziotti son venuti dritti contro noi due. Ci siamo prese qualche bastonata in testa, le solite mano addosso e l’attrezzatura è stata confiscata. Inoltre, ci hanno portato in un commissariato dove siamo rimaste per quattro ore.

Da giovane fotografa occidentale, come hai vissuto Tahrir?

Tahrir è un luogo talmente emoziante che è normale rimanerne rapiti. A fine novembre 2011, in piazza c’erano tre ‘attori’: i manifestanti, i poliziotti e un esercito di fotografi e giornalisti.

Trattandosi della mia prima esperienza, sicuramente ho imparato tanto a livello professionale su come ci si muove in ‘ambienti’ come questi. Tenere sempre gli occhi aperti è fondamentale perchè la situazione è molto delicata.

Il fatto di fare delle fotografie – avere un mezzo fotografico fra te e le persone – amplifica le difficoltà, perchè ti obbliga a guardare, a cercare un contatto anche con gli uomini e, per molti, è una cosa un po’ sopra le righe.

Durante la mia permanenza nel paese, il problema delle aggressioni fisiche contro le manifestanti donne ha cominciato a farsi sentire. Io stessa sono stata aggredita con una collega. Dopo di noi c’è stato il caso di un’altra giornalista e di una violenza sessuale contro una manifestante. La presenza femminile in piazza è considerevole, ma la battaglia per i diritti di genere è una rivoluzione nella rivoluzione.

Ancora Egitto nel futuro?

Sicuramente ho in mente di tornare in Egitto e seguo anche da qua l’evolversi della situazione. Mi piacerebbe  ampliare il mio progetto con un ritratto ad un ultras dell’Ahly.

Ad un fotografo che oggi si mette in viaggio per documentare la transizione egiziana, consiglierei  però di puntare su città ‘secondarie’ come per esempio Mansura e Port Said. Sono ancora tantissime le storie da raccontare e, in fin dei conti, la rivoluzione riguada l’intero paese non solo la sua capitale.

 

This article was originally published by: Osservatorio Iraq – Medioriente e Nordafrica

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