Egitto. Come un comico finisce in Procura

Col suo programma satirico El-Barnameg, il comico egiziano Bassem Youssef è diventato una celebrità in tutto il Medio Oriente. Attivo nel mondo della satira dal 2011, da allora non si è più fermato. Ma la sua parodia dell’attuale establishment politico gli è valsa un mandato d’arresto.

“Qui in Procura, poliziotti e avvocati vogliono farsi fotografare con me. Sarà per questo che hanno ordinato il mio arresto?”, si legge nell’ironico tweet di Bassem, postato domenica scorsa dall’ufficio del procuratore generale.

Ventiquattro ore prima era stato emesso un mandato d’arresto nei suoi confronti, con l’accusa di aver insultato il presidente Morsi e l’Islam, e il comico aveva deciso di consegnarsi spontaneamente alle autorità giudiziarie.

Una volta in tribunale, ha dovuto rispondere a una lunga lista di domande su battute, ironie e dichiarazioni pronunciate durante il suo show televisivo, mentre una folla di fan e attivisti si è radunata davanti all’edificio per esprimere il proprio sostegno al comico.

Cinque ore di interrogatorio, al termine delle quali è stato rilasciato su cauzione, dopo il pagamento di 15.000 sterline egiziane (equivalenti a 2.200 dollari). Tuttavia, l’indagine contro di lui continua e Bassem potrebbe essere convocato di nuovo e costretto a comparire davanti a una corte. 

Intanto il suo caso ha suscitato forti polemiche all’interno della società civile egiziana. 

“Gli sforzi patetici volti a strangolare il dissenso e a seminare il panico fra i media sono chiare indicazioni dell’instabilità del regime e della sua mentalità oppressiva”, ha dichiarato su Twitter Mohammed Al-Baradei, leader della principale coalizione di opposizione.

D’altra parte, il presidente Morsi ha ufficialmente preso le distanze dall’operato della Procura, ricordando all’elettorato che “questo organo agisce in maniera indipendente rispetto alla presidenza”.

Ma le sue parole non hanno placato gli animi di una popolazione sempre più delusa e scontenta della direzione che il processo di transizione sta prendendo. 

“Il governo attacca i media perché parlano dei problemi del paese, ma gli egiziani non resteranno in silenzio e continueranno a protestare (…).I toni del mio show non si smorzeranno, al contrario continueranno a crescere”, ha dichiarato il comico ai microfoni della Cnn. 

 

CHI È BASSEM YOUSSEF?

 

Il suo programma, El-Barnameg, è diventato famoso nel 2011, subito dopo lo scoppio della rivoluzione. All’inizio è esploso su Youtube, dove il primo video postato ha ricevuto tre milioni di visualizzazioni. 

Ispirato al Daily Show del comico americano Jon Stewart, è presto divenuto ‘virale’ in rete e nel 2012 il canale privato OnTv  l’ha acquistato, inserendolo nel proprio palinsesto del venerdì sera.

E’ un programma satirico unico nel suo genere, soprattutto nel panorama televisivo egiziano. In trasmissione, Bassem siede tutto il tempo dietro ad una scrivania e da lì commenta con ironia i principali eventi politici nazionali, prendendo come ‘bersaglio’ i personaggi pubblici, e prima di tutto il presidente Morsi e il clero. 

Durante lo show, il comico salta da un video all’altro trasmettendo brevi clip di dichiarazioni rilasciate da figure note e facendo della satira sul loro contenuto.

“I politici che amano il mio show quando critico i loro avversari, poi mi chiamano per lamentarsi quando ad essere presi di mira sono proprio loro”, ha dichiarato Bassem con un certo sconforto.

In passato El-Barnameg è stato più volte al centro delle polemiche e alcuni lo hanno addirittura accusato di blasfemia.

“La società egiziana è di vedute ristrette. La gente non sa distinguere che differenza c’è fra criticare qualche personaggio ‘barbuto’ e insultare l’Islam come religione”, ha commentato difendendosi. 

Chirurgo di professione, medico volontario a piazza Tahrir durante i diciotto giorni di proteste che hanno abbattuto il regime di Mubarak, Bassem si definisce un musulmano praticante e si rifiuta di interpretare l’attuale caos politico egiziano come lotta fra uomini di fede e secolarizzati.

A suo parere infatti il problema è come l’Islam politico – dai Fratelli Musulamani ai Salafiti – stia gestendo il potere e usando la religione in modo distorto.

 

LIBERI, MA NON TROPPO

 

L’attacco che lo riguarda e la vicenda che lo vede protagonista non rappresentano un caso isolato, ma solo l’ultimo di una serie di atti giudiziari volti a colpire l’opposizione politica in Egitto.

Venerdì scorso era stata la volta di nove attivisti e quattro avvocati di Alessandria, finiti nel mirino della magistratura e chiamati a presentarsi davanti alla giustizia.

Dieci giorni fa, dopo gli scontri davanti alla sede della Fratellanza, la Procura aveva ordinato l’arresto di cinque prominenti esponenti del movimento egiziano pro-democrazia.

Nonostante Morsi avesse promesso di rompere con il passato autoritario e garantire la libertà di stampa e di espressione, sotto la sua presidenza la repressione del dissenso è proseguita, con metodi aggressivi che ricordano l’epoca di Mubarak e dell’interregno militare dello SCAF.

Attualmente, le linee rosse che i media non possono oltrepassare sono tre: la figura del Presidente, il movimento dei Fratelli Musulmani e i valori religiosi.

E la serie di indagini aperte è lunga, così come l’elenco di giornalisti, blogger e conduttori televisivi finiti sotto inchiesta.

A due anni dalla rivoluzione del 25 gennaio, la Freedom House ha classificato l’informazione in Egitto come “parzialmente libera”, evidenziando come il settore mediatico sia l’ennesimo in cui la transizione non sembra ancora andare nella direzione sperata.

This article was originally published by: Osservatorio Iraq – Medioriente e Nordafrica

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