Il potenziale eversivo dell’empatia: cronaca di un incontro ateniese

 

Quando ho visto Hamza per la prima volta era metà dicembre e non mangiava da due giorni. Aveva il viso pallido e gli occhi socchiusi, quasi sembrava che si potesse addormentare in piedi da un momento all’altro. Quella mattina ci eravamo dati appuntamento in un ostello vicino a piazza Omonia, al centro di Atene, dove un’amica spagnola l’aveva conosciuto qualche giorno prima. In quel momento, un volontario inglese gli stava pagando un posto letto al costo di 9 euro a notte.

Hamza è pachistano e originario di Gujranwala, una città di più di un milione di abitanti a nord di Lahore. Circa un anno fa è arrivato in Grecia, con la speranza di costruirsi una vita migliore dopo aver lavorato quattro anni in Oman. É un giovane timido ed educato di massimo trent’anni, l’unico ad aver studiato di tutta la sua famiglia. Oltre all’urdu che è la sua lingua materna, parla un inglese frammentato e qualche parola d’arabo. Quel giorno arrivò con lo zaino in spalla, la barba lunga, i documenti in ordine ma soprattutto la speranza che lo avremmo aiutato a trovare una casa. Nel giro di tre giorni infatti i soldi del letto all’ostello sarebbero finiti, diceva, e se non avesse trovato un alternativa sarebbe di nuovo finito a dormire all’aperto.

Ad Atene, così come in molte città europee, diventare invisibile è facile, specialmente se nei paraggi non hai amici o una famiglia su cui contare. Scivoli in strada e da lì ti trasformi in un puntino anonimo, grigio come il cemento o il cielo d’inverno. Quella mattina, la prima cosa che abbiamo fatto è portare Hamza a parlare con lo staff di Metadrasi, una Ong greca che fornisce servizi di interpretariato. Lì, grazie all’aiuto di uno dei traduttori, siamo riuscite a capire le prime cose importanti sulla sua storia.

La frattura tra i diritti sulla carta e quelli reali

Hamza aveva tutti i documenti necessari, ci ha assicurato l’operatore dopo averlo intervistato in urdu. Secondo la sua ricostruzione, avrebbe assistito a una prima intervista ma ne avrebbe saltato una seconda, fissata per gli inizi di dicembre. Un’altra operatrice ci ha poi indicato un nome preso da un foglio excel: Greek Council for Refugees (GCR). “É qui che dovete andare – ha detto – per ricevere un appuntamento con degli avvocati che richiederanno uno dei nostri traduttori”. Fondato nel 1989, il Consiglio greco per i rifugiati ha come missione la protezione dei diritti dei richiedenti asilo attraverso la fornitura di vari servizi tra cui, appunto, un’unità di aiuto legale. Quel giorno, quando siamo arrivati davanti alla porta dell’ufficio, un’impiegata ci ha detto di tornare la mattina dopo alle otto.

La burocrazia greca, come quella di ogni paese, si muove secondo tempi propri e spesso la rigidità delle procedure si scontra con le necessità quotidiane di un’umanità in movimento. Questo scarto determina una frattura fra i diritti sulla carta e quelli reali, e le persone, aspettando un appuntamento, finiscono a vivere in strada o a digiunare per due giorni di fila. Quel pomeriggio, non potendo far nulla, abbiamo deciso di domandare un po’ in giro per vedere se fra le occupazioni di Exarchia (il quartiere “anarchico” di Atene) ce ne fosse una in grado di aiutarci a trovare un alloggio per Hamza. Allora, sia amici sia gente incontrata in loco ci hanno consigliato di provare a visitare uno squat chiamato “5th School”.

Un rete di percorsi di accoglienza informali: gli squat

L’incapacità dello Stato di far fronte alla crisi dei rifugiati in maniera efficiente ha aperto uno spazio d’azione in cui il ruolo degli squat è divenuto importante nell’offrire servizi essenziali a un gran numero di persone. Gestiti secondo principi di autogestione, gli squat ateniesi non accettano finanziamenti né dallo Stato né dalle organizzazioni non governative e al loro interno i cosiddetti “residenti” godono di una notevole autonomia, in aperto contrasto con quanto avviene nei campi ufficiali. Attualmente il cuore di Atene pullula di occupazioni: nella maggior parte dei casi si tratta di edifici pubblici molto grandi come ex hotel o scuole dove la gente vive o vengono svolte una serie di attività di supporto (come per esempio la preparazione dei pasti o la distribuzione dei vestiti). All’interno di queste strutture, il numero dei volontari europei non è uniforme e alcuni spazi sono gestiti prevalentemente dai rifugiati.

Quel pomeriggio, seguendo le indicazioni che ci erano state date, siamo risaliti verso la parte alta di Exarchia e, a un certo punto, la presenza della 5th School ci è stata preannunciata dalle note di una canzone di Fairouz, una famosa cantante libanese. Da una delle finestre dell’edificio, la musica usciva a tutto volume e per trovare l’ingresso del fabbricato è bastato girare l’angolo. Situato in quella che un tempo doveva essere una scuola, i muri di questo squat sono ricoperti di scritte e crepe e nel complesso l’edificio è al contempo imponente e in rovina. Una volta entrati, abbiamo chiesto aiuto in arabo a un uomo seduto su una sedia di legno che ha chiamato uno dei residenti in grado di capire l’urdu. Quando il ragazzo è arrivato, Hamza ha cominciato a raccontare la sua storia mentre l’interprete improvvisato annuiva e un capannello di gente si è formato intorno ai due. Ma sin dall’inizio è stato chiaro che la persona da convincere fosse solo una: un siriano molto speciale di cui già avevamo sentito parlare nei giorni precedenti e che d’ora in poi chiameremo C..

Conosciutissimo all’interno della comunità siriana e dai volontari internazionali, secondo la stampa questo attivista vivrebbe in Grecia dalla fine degli anni Ottanta. Il giorno in cui l’abbiamo incontrato indossava dei jeans sformati, un paio di scarpe da trekking e la kuffiya al collo. Mentre Hamza spiegava la sua storia, alcuni residenti sono andati a chiamarlo affinché potesse decidere il da farsi. Quando è arrivato, dopo una breve presentazione, gli abbiamo spiegato in inglese che il nostro amico sarebbe finito a dormire in strada nel giro di due giorni e avremmo voluto trovargli un posto letto. Lui ci ha ascoltato educatamente e dopo averci lasciato finire ci ha consigliato di recarci in un altro squat, aperto pochi giorni prima e destinato ad accogliere solo uomini maggiorenni.

La priorità della crisi siriana

Con l’aiuto del navigatore e seguendo Hamza, abbiamo trovato il secondo squat senza grandi difficoltà: davanti a quel posto io e la mia amica eravamo già passate il giorno precedente ma da fuori ci era sembrato un semplice edificio abbandonato. Una volta lì, alcuni ragazzi che si aggiravano nel cortile si sono avvicinati e ci hanno chiesto il motivo della nostra visita. Dopo avergli fatto un breve riassunto, ci hanno lasciato intendere che forse qualcosa si sarebbe potuto fare ma che affinché il nostro amico potesse dormire lì, avevamo bisogno di un foglio firmato da C..

Prendendo atto della loro richiesta, siamo tornati di nuovo alla 5th School ma questa volta C. ha subito messo in chiaro che non ci avrebbe dedicato molto tempo e non ci avrebbe firmato alcun foglio. “Tornate allo squat, chiedete di un certo Abu Mahmud Mousa e ditegli di chiamarmi”, ci ha detto. Allora, un po’ confusi, siamo scesi di nuovo al secondo squat. Alcuni fra i residenti con cui avevamo parlato prima stavano ancora lì fuori e quando abbiamo chiesto di Abu Mahmud Mousa ci hanno detto che era partito qualche giorno prima.

La terza volta che siamo risaliti alla 5th School, C. non c’era. Ci hanno accolto alcuni suoi “vice” che ci hanno scritto su un pezzetto di carta il nome completo del nostro amico, facendoci sotto una firma illeggibile. Abbastanza sfiduciati, siamo scesi di nuovo al secondo squat ma questa volta i due tipi alla porta hanno guardato il foglietto scuotendo la testa e si sono limitati a dire in arabo “Ma fish MaHal”, non c’è’ posto. A quel punto ce ne siamo andati. Mentre scendevamo per la stradina stretta, Hamza, gli occhi bassi, ha strappato il pezzetto di carta. Ci ha salutato, ha detto che se ne andava ed è tornato in ostello.

Ancora oggi non ho capito perché si siano rifiutati di accoglierlo. Lui è convinto che c’entri col fatto che sia pachistano. Se sei siriano, m’ha detto, in questo momento hai la priorità ovunque, sia nei percorsi istituzionali sia in quelli informali. Inoltre, il fatto che sia un uomo solo e maggiorenne non aiuta perché in generale la precedenza è data ai minori non accompagnati, le donne o a chi viaggia con una famiglia.

Khora, un modello alternativo

L’indomani alle otto eravamo davanti al Greek Council for Refugees. Davanti alla porta, sparpagliate sotto il portico, c’erano circa venti persone, alcune accompagnate da operatori o volontari internazionali. Dopo aver fatto tre ore di fila, ci hanno dato un quadratino di carta con una data: 20 dicembre ore 9, cioè un nuovo appuntamento a cui Hamza avrebbe dovuto recarsi per parlare della sua situazione legale e cercare di riprogrammare l’intervista che aveva perso. “Questo ragazzo ha bisogno di una casa, di un appartamento, di un posto in un campo”, abbiamo detto all’operatore. “Per chiedere informazioni sulla casa venite mercoledì 21 dicembre alle 8”, ha risposto, porgendoci un secondo foglietto. Nel momento in cui queste informazioni sono state veicolate (in inglese) nessuna traduzione in urdu è stata fornita.

Dopo avere sbrigato queste pratiche burocratiche, ci siamo diretti verso Khora, una cooperativa a Exarchia situata in un edificio in affitto che fornisce numerosi servizi: cibo, barbiere, giochi per bambini, classi di lingua. Tutto gratuito e aperto non solo ai rifugiati ma anche a greci. Khora è stata fondata da un gruppo di professionisti internazionali conosciutasi a Lesbo che ha deciso di unire le forze e creare un modello di accoglienza alternativo. Lì Hamza può mangiare gratis due volte al giorno, imparare il greco o l’inglese, inserirsi nelle attività come volontario e farsi degli amici.

Atene, fra contraddizioni e speranza nel futuro

A più di un mese di distanza dal mio ritorno dalla Grecia, con Hamza ci sentiamo spesso su whatsapp. Da quanto mi racconta, sono circa tre settimane che è tornato a dormire in strada, vicino a piazza Omonia, e va ancora a Khora a mangiare tutti i giorni. Mentre pianifica il suo futuro in Europa, prova a mettere da parte dei soldi facendo qualche lavoretto saltuario. Ma sbarcare il lunario non è facile e, dopo aver cercato invano un lavoro come meccanico, ha deciso di mettersi in proprio, vendendo magliette e calzini per strada con alcuni amici. Per rimettersi in viaggio gli servirebbe un ammontare di denaro di cui non dispone e almeno per il momento è costretto a rimanere in Grecia.

Oggi Atene è un laboratorio e allo stesso tempo una città immersa in una rete di contraddizioni polarizzanti. Da un lato la povertà, l’emergenza, la disperazione. Dall’altro la solidarietà, l’autorganizzazione, la voglia e la capacità di resistere. In mezzo a questo intreccio di pratiche e valori si muovono una moltitudine di vite individuali; gente del posto e gente di fuori, gente scappata da una guerra e gente venuta per aiutare. In questa crisi umanitaria esplosa dentro una crisi economica e sociale, il senso profondo dei rapporti fra le persone si riscopre. E l’empatia, la capacità di sentire l’altro come nostro simile e di riconoscergli il diritto a una vita dignitosa e sicura, sembra l’ultimo baluardo rimasto a difesa di un’umanità spaventata, la cui vita ha apparentemente perso di colpo valore.

 

This article was originally published by: Melting Pot Europa 

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