Egitto. La paura bussa alla porta

Dopo la deposizione di Morsi, una nuova ondata di violenza a sfondo confessionale ha travolto l’Egitto. A lanciare l’allarme è l’organizzazione internazionale Human Rights Watch.

Con un rapporto pubblicato martedì scorso, la Ong ha fatto luce sulla catena di violenti attacchi subìti dalla comunità copta a partire dal 3 luglio 2013.

Con l’uscita di scena dell’ex-presidente, le aggressioni contro i cristiani si sono moltiplicate in tutto il paese, colpendo sei governorati, fra cui Luxor, Marsa Matrouh, Minya, il Sinai settentrionale, Port Said e Qena.

Il bilancio complessivo è di sette morti e undici feriti, tre chiese attaccate (di cui due bruciate) e ventiquattro proprietà private distrutte.

L’incidente più sanguinoso si è verificato nel villaggio di Naga Hassan (governorato di Luxor) dove, secondo una ricostruzione dell’Egyptian Initiative for Personal Rights “centinaia di musulmani sono scesi in strada e hanno bussato con forza alle porte dei cristiani, cercando di prenderne il controllo, armati di armi da fuoco e da taglio e gridando slogan inneggianti alla violenza confessionale […] gli attacchi si sono succeduti per tutto il giorno, dalla mattina fino alla sera alle sei, e molte case sono finite in fiamme”.

In alcune delle zone colpite dalla violenza, come ad esempio nel villaggio di Delga (governorato di Minya), larga parte della popolazione copta ha deciso di fare le valige e abbandonare – almeno per il momento – le proprie abitazioni.

Forte è infatti il clima di insicurezza, alimentato anche dalla consapevolezza del (non) ruolo avuto dalle forze dell’ordine durante gli incidenti dei giorni scorsi.

Infatti, in base a molti testimoni oculari, nella maggior parte dei casi i poliziotti presenti sul posto non sarebbero intervenuti, a volte assistendo inerti agli attacchi, altre addirittura assecondando la follia degli aggressori.

L’unica eccezione sarebbe rappresentata dai disordini scoppiati nel governorato di Qena, dove avrebbero impedito a colpi di gas lacrimogeni la distruzione di una chiesa.

Human Righst Watch dunque ha rivolto un duplice appello alle istituzioni,affinché assicurino alla giustizia i colpevoli ma aprano anche un canale d’indagine sul ruolo giocato dalle forze dell’ordine.

La Ong ha inoltre invitato tutti i leader politici e religiosi a denunciare la pericolosa escalation di violenza che sta prendendo piede nel paese, e a condannare ogni tipo di retorica che possa promuoverla ulteriormente.

“Porre fine agli scontri su base confessionale dovrebbe essere una priorità del governo egiziano, altrimenti si rischia che la questione diventi ingestibile”, ha dichiarato Nadim Houry, direttore di HRW per il Medio Oriente.

TRA PASSATO E PRESENTE, UN PROBLEMA CHE RESTA 

Secondo Ishak Ibrahim dell’Egyptian Initiative for Personal Rights, dietro la recente esplosione di violenza contro la minoranza cristiana, si nasconde la retorica aggressiva e carica d’odio di alcuni leader islamisti che hanno dipinto i sacerdoti copti come “complici” dell’esercito nella questione della destituzione di Morsi.

Ad alimentare il clima d’intolleranza sarebbero stati anche dei volantini, distribuiti in vari governorati sia a ridosso delle manifestazioni del 30 giugno sia subito dopo la deposizione dell’ex-presidente.

“I Nazareni (termine peggiorativo per indicare i cristiani, ndr) hanno dichiarato guerra all’islam”, si legge su alcuni di essi, mentre altri puntano più che altro a terrorizzare i copti, tentando di dissuaderli dal partecipare alle manifestazioni.

Ma la piaga della violenza a sfondo confessionale non è una novità delle ultime settimane.

Già presente sotto Sadat e Mubarak, con la salita di Morsi al potere ha raggiunto picchi nuovi, spingendo molti membri della comunità copta a lasciare il paese.

Gli incidenti degli ultimi giorni rappresentano la recrudescenza di un fenomeno radicato, troppo spesso ignorato dalle politiche di uno Stato che ha colpevolmente fallito nel contrastarlo, spesso rendendosene complice.

Resta da vedere se il nuovo governo deciderà di affrontare la “questione confessionale”, spezzando la catena d’inazione promossa dagli esecutivi precedenti e prendendo delle misure serie, volte prima di tutto ad accertare le responsabilità dei suoi stessi funzionari.

This article has been originally published by: Osservatorio Iraq – Medioriente e Nordafrica

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *